Sempre peggio

Non sto a farvi la cronistoria, la trovate – abbastanza dettagliata – sulla pagina di wikipedia dedicata. Stamattina sono partito da Duala alle 5:30 e alle 7:30 sono atterrato a Bangui, dopo un percorso un po’ tortuoso a causa delle politiche tariffarie delle compagnie aeree.

Il campo profughi è sempre li, addossato alla pista di atterraggio dell’aeroporto, si stima che accolga ora almeno 100’000 persone. All’arrivo mi attende il responsabile della delegazione per i rapporti con dogana e autorità aeroportuali, più abbattuto e grigio delle altre volte. All’esterno del piccolo edificio dedicato all’accoglienza delle “autorità” si muove freneticamente il coordinatore dell’agenzia di sicurezza della Delegazione, un ex-militare francese esperto di tutti i paesi dell’Africa ma evidentemente sopraffatto dalla complessità della crisi attuale in RCA.

Durante il viaggio dall’aeroporto alla Delegazione il coordinatore della sicurezza continua a guardarsi intorno in maniera quasi nevrotica, sempre sudato e sempre con il pacchetto di Camel a portata di mano. Dall’ultima volta che l’ho visto sul suo giubbotto è apparsa la sigla del suo gruppo sanguigno, e la cosa non mi tranquillizza affatto. Uscendo dal parcheggio dobbiamo fermarci all’inizio della serie di enormi sacchi pieni di sabbia e puntellati da tondini di ferro utilizzati dai militari francesi come barriere antisfondamento nel caso di un attacco da veicoli in velocità verso l’aeroporto. I gruppi di sacchi, a volte sormontati da postazioni di mitraglieri protetti dal sole da teli grigi, obbligano i veicoli ad una serie di chicanes che li rallentano e permettono ai soldati di accostarsi e verificare l’identità dei passeggeri ed il loro bagaglio, eventuali armi comprese. Noi ci fermiamo in coda perché da dietro uno dei blocchi sta evidentemente sopragiuggendo qualcosa di grosso in direzione contraria. Improvvisamente appare una sorta di humvee versione transalpina (quindi piu’ alto, angoloso e dall’aspetto complessivamente più fragile di quello americano) seguito da un carroarmato, benché “leggero”. Mi lascia stupefatto, una sorta di déjà vu sui documentari di storia sull’invasione sovietica della Cecoslovacchia. E subito dopo mi rendo conto che nell’intenzione dei militari francesi la sua funzione in questo contesto è fondamentalmente psicologica: fa paura, almeno fino a quando il “nemico” non si rende conto che poco può fare un mezzo del genere per ostacolare le milizie irregolari – indistinguibili dal resto della popolazione – nelle aggressioni porta a porta nei quartieri popolari, dove un mezzo del genere non riesce neanche a muoversi.

Passato il vialone dell’aeroporto ci dirigiamo, alla velocità che la costellazione di buche permette, verso lo stadio. Il responsabile delle dogane e l’addetto alla sicurezza discutono in maniera preoccupata delle manifestazioni popolari in programma per la giornata. Temono che tra sostenitori dei ribelli della Seleka, musulmani, e oppositori, cristiani ed animisti, si nascondano miliziani delle fazioni opposte pronti a lanciare granate gli uni sugli altri o, più semplicemente, sui quartieri a predominanza dell’uno o dell’altro gruppo.

La delegazione sembra sempre di più un concessionario di fuoristrada appartenenti ad un’altra epoca, tanto sono ricoperti di polvere e terra rossa. Sono tutti appartenenti ad uno dei progetti sostenuti dall’UE, parcheggiati nel perimetro cintato da un muro di 3 metri per sottrarli ai saccheggi che hanno imperversato negli ultimi 8 mesi, i progetti relativi essendo sospesi o ridotti alle attività amministrative minime. Su un Land Cruiser del progetto antibracconaggio risalta ancora il buco del proiettile che ha rispedito in Francia lo scorso novembre, fortunatamente solo con un polmone perforato, il responsabile degli aspetti militari del progetto che aveva evidentemente infastidito i trafficanti di carne di specie protette.

La mia giornata di lavoro si risolve complessivamente in una ricognizione dei colleghi superstiti, tolti gli europei riassegnati in altri paesi e i centrafricani fuggiti, anche solo temporaneamente, con le famiglie all’estero, e nello smaltire i dossier accumulati sulla scrivania e le mail urgenti. Oltre ovviamente al rituale giro di distribuzione di torroncini italiani a colleghi, guardiani e personale delle pulizie (i centrafricani si distinguono in questi casi per come si riempiano le tasche e le mani di qualsiasi cosa venga loro offerto, ormai ci ho fatto l’abitudine e me ne porto carriolate).

Vengo così messo al corrente di chi ha dovuto spedire la famiglia da parenti all’estero ed abbandonare la casa, perché saccheggiata o perché in zone troppo pericolose, per trasferirsi in stanze vicine all’ufficio ed in zone meglio presidiate dai militari francesi e MISCA, chi vive da settimane nel campo profughi dell’aeroporto o nel cortile delle missioni, chi sta ancora cercando una soluzione. E raccolgo le testimonianze sui parenti e gli amici uccisi: per tutti il mio vicino di ufficio, l’amministratore informatico e factotum della delegazione, un geniaccio allampanato e gentile, mi rivela con lo sguardo velato di aver perso, nelle ultime settimane, 8 (otto!) tra parenti ed amici. Mi rivela anche, con gioia timida, di essere in attesa del secondo figlio, dopo aver ascoltato della recente nascita del mio Leo, ma mi prega di non dirlo in giro, come se una notizia preziosa come questa dovesse essere ancora preservata dal confronto con la miseria circostante.

A pranzo torno a casa, accompagnato dal capo amministrazione con i colleghi che abitano in zona e scortati dalla sicurezza della delegazione. Lì ritrovo i miei fidati e buffi guardiani, Oscar e Olivier, che sembrano sempre usciti da una versione “coloured” di Gianni e Pinotto. Ci sono i poi i due soldati camerunesi della MISCA di turno e, inaspettati, 5 bambini ed un cane, battezzato adeguatamente come “Rambo”: i 4 figli ed il nipote di Tatiana, la mia governante minuta e delicata, ospiti in casa mia da quando loro madre ha deciso che il loro quartiere di Fatima, dopo notti di sparatorie e saccheggi tra le case di mattoni di fango e tetti di rami e paglia, era diventato troppo pericoloso per loro.

Mangio l’ottima carne stracotta con verdure di Tatiana ed il convoglio degli espatriati è già in cortile per riportarmi in ufficio. Il progetto di un pomeriggio di lavoro svapora via quando Juliette, l’insostituibile regina dell’amministrazione, mi fa capire che lo devo utilizzare per fare la spesa, visto che la delegazione non può permettersi di mobilizzare autista e scorta di sabato per le mie commissioni. Il giro dei supermercati per espatriati ed indigeni ricchi, gestito dalla locale lobby siro-libanese, è più disarmante del solito. Riesco a recuperare almeno i boccioni di acqua, gli zampironi e poco altro, che mi permetteranno di sopravvivere alla settimana insieme ai pacchi di maccheroni e le tolle di pelati e tonno in offerta all’esselunga di milano arrivati con il mio bagaglio da stiva. Se già il viale principale della città due anni fa sembrava lo scenario di uno spaghetti-western, la situazione attuale denota una crisi nera dell’industria cinematografica.

Finalmente a casa scambio qualche parola con i guardiani del turno notturno, Sylvestre e Bruno, che a loro volta sembrano il gatto del Cheshire e l’avvoltoio-armigero del Robin Hood disneyano. Il primo mostra il suo incancellabile sorriso e buonumore (probabilmente reso indelebile dalla volta che, temendo di abbandonarlo a morte sicura durante la mia fuga sotto i colpi di mortaio del marzo scorso, obnubilato dal senso di colpa, gli ho lasciato al volo una banconota dal valore astronomico), il secondo è comprensibilmente preoccupato dal fatto di avere una moglie all’ottavo mese rifugiata nella chiesa della missione cattolica del loro quartiere.

Rientro a casa e mi lascio un po’ andare sul divano. Quando cala l’oscurità mi rendo conto che Tatiana ed i 5 bambini, più il cane, sono accoccolati nella payotte a lato della piscina (inservibile palude da quando l’ennesimo sbalzo di tensione ha bruciato nuovamente il motore della pompa dell’acqua) e che li pensano di passare la notte. Ho già chiesto ai militari camerunesi, al cambio di domani mattina, di lasciare loro la dependance, ma non ho pensato alla notte che sta cominciando. Così esco e, dopo una breve discussione con Tatiana, la convinco a portare i piccoli nella stanza di mia figlia Olivia, dove almeno saranno protetti dalle zanzare e dagli altri animaletti tropicali che bazzicano il giardino. I 5 piccoli, tra i 2 ed i 10 anni, zampettano in casa dove si lasciano andare a buffi ed improbabili danze sui toni del reggae che ho scelto per loro (scartando Pink Floyd e System of a Down) per poi rifugiarsi su una stuoia stesa per terra, forza dell’abitudine, nella stanza di mia figlia.

Mi aspetta un altro finesettimana da recluso, mentre in città si attende l’elezione del nuovo Presidente di Transizione della Repubblica dopo che il capo degli insorti di marzo, con il suo primo ministro, sono stati dimissionati dal vertice degli stati della regione di Ndjamena di una settimana fa. Come negli ultimi otto mesi, potrebbe succedere di tutto.

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2 risposte a Sempre peggio

  1. lucaparrella scrive:

    Grazie per la letterina della buona nanna.
    Una storia affascinante scritta molto bene.
    Peccato che e’ raccontata da te in prima persona.
    Perche’ significa che non sei qua al “sicuro” con noi.
    PS tu non se un Coniglio sei un Leone.

  2. Pingback: Le mille ragioni – Ortianimati

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