“La società contro lo stato”

Qualche tempo fa, durante una delle mie passegiate in rete alla ricerca di occasioni per parlare d’Africa, mi sono imbattuta nella call for paper per un seminario, organizzato dall’Università della Calabria in collaborazione con altre università e organizzazioni europee e congolesi, centrato proprio sul Congo.

Il tema proposto, “Images, représentations et imaginaires du Soi et de l’Autre : confronter cultures savantes et populaires pour contribuer à la stabilisation du Congo“, mi è parso sufficientemente malleabile da poter proporre una rilettura della mia esperienza di insegnamento a Kinshasa.

Purtroppo negli ultimi mesi le mie vicende familiari mi hanno fatto allentare la presa su una ricerca che stava prendendo una piega interessante (poco dopo aver cominciato a raccogliere contatti, per esempio, mi sono trovata a chiacchierare con un consigliere del ministro dell’istruzione, che mi ha fornito molti punti di vista interessanti – anche se ovviamente non mi ha detto quello che mi sarebbe piaciuto sentirmi dire!). Non sono nemmeno riuscita ad andarci di persona al seminario, però ho mandato un video col mio intervento (noiosissimo! Parlare a una telecamera è davvero difficile) e un testo di riferimento.

Il testo lo trovate qui. Intanto è un inizio.
Benvenuti i commenti!

Congo

David van Reybrouck
Feltrinelli, Milano 2012

Congo_cover“Una storia monumentale, più eccitante di qualunque romanzo”. Così il quotdiano olandese NRC Handelsblad recensisce questo libro sulla quarta di copertina, ed ha proprio ragione. Più di 650 pagine avvincenti, che raccontano la storia di un immenso paese come se si trattasse di quella del protagonista di un romanzo di formazione impegnato nell’espressione di se stesso.

Ho letto questo libro una volta e mezzo, perché quando ero arrivata circa a metà è successo qualcosa di rilevante: in Congo ci sono andata in prima persona! E mi sono resa conto che lette da questa prospettiva molte cose avevano un sapore piuttosto diverso, chiaramente più realistico ed intenso, come se il mio spostamento le avesse sottratte dal campo della conoscenza per metterle in quello della vita vissuta.
Quando sono arrivata a Muanda l’ho visto coi miei occhi quell’oceano marrone per centinaia di chilometri al largo della costa, dove il grande fiume riversa i detriti che ha portato con sé attraverso tutto il paese. Mentre osservavo quel paesaggio preistorico, messo in dubbio solo dai fuochi delle piattaforme petrolifere in lontananza, non è stato difficile immaginarsi come uno dei primi europei arrivati da queste parti, ma nemmeno come un congolese ante litteram, che quegli stranieri li ha visti arrivare, chiedendosi probabilmente da che mondo fossero caduti.
O ancora, credo che non potrete mai capire cosa significa la musica da queste parti senza vedere la fierezza e la decisione con cui un qualsiasi congolese interrogato su Werrason vi risponde “è mio fratello!”.

Solo una grande capacità, in grado di coniugare l’accuratezza estrema della ricerca scientifica e la ricchezza delle fonti con la leggerezza di una storia raccontata dal punto di vista delle ‘persone qualunque’, può portare alla scrittura di un libro così.
In “Congo” troverete le vicende degli ‘eroi’ solo nel riflesso delle storie degli abitanti ‘ordinari’. Un grande affresco di storia quotidiana, del modo ‘vero’ in cui si vivono le guerre, le migrazioni, le malattie o, semplicemente, una vita qualunque.

 

Il faut se tropicaliser #2

Quando finalmente, in occasione del mio ultimo pellegrinaggio del venerdì all’I.S.A.U., il direttore della sezione architettura mi ha detto che mi avrebbero assegnato il corso di progettazione al primo anno e che, nonostante non ci fossero ancora né un calendario, né un orario, né un programma di massima, sapevano che io sarei stata a loro completa disposizione, mi sono un po’ scaldata. Ho alzato la voce come di rado mi succede, sfoderando un francese fluente di rabbia. Il direttore s’è fatto piccolo piccolo sulla sua sedia di plastica azzurra ed è riuscito solo a mormorare un “Je m’excuse, Madame”, ma subito dopo mi ha fermato sulla porta per chiarire il suo punto di vista: “Madame, il faut se tropicalizer!”.

Oggi, dopo la mia prima ‘vera’ lezione, sono uscita dall’aula ancora un po’ confusa rispetto al futuro del corso, ma pur soddisfatta per aver finalmente l’occasione di dedicarmi a un’occupazione che mi appaga come poche altre.
Un anziano professore mi ha fermato nel corridoio per commentare il corso, spiegandomi con parole affettate che dovrei vestirmi “più convenientemente” (e chi mi conosce può immaginare quanto sia stato ‘provocante’ il mio abbigliamento!). Pare che quando ho alzato il braccio per scrivere alla lavagna la mia maglietta abbia scoperto un triangolino di pelle sopra la cintura – così hanno riferito gli assistenti, uomini fatti ed esperti che non hanno trovato il coraggio per dirmi direttamente che il costume congolese vuole che la donna sposata non mostri parti di pelle che non siano braccia, polpacci e viso (e mi piace pensare che non l’abbiano trovato perché in fondo in fondo si rendono conto dell’ingiustizia di quel riferimento al matrimonio e al diverso trattamento riservato alla donna).
In ogni caso questo è stato il solo commento ai miei sforzi didattici.
Me la sono presa un po’ e me ne sono pentita subito dopo. Trovo inaccettabile che le cose non mi vengano dette direttamente (ho chiarito il punto agli assistenti, non so ancora con quale risultato), ma non c’è motivo per cui non debba rispettare i costumi locali, a patto che il rispetto si possa tradurre in discussione e non in placida accettazione.

Sono certa che col passare del tempo mi tropicalizzerò almeno un po’, così come consiglia il mellifluo direttore, ma solo nella misura in cui i miei interlocutori saranno disponibili ad accogliere anche il mio punto di vista, mentre mi offrono il proprio.

Il faut se tropicaliser #1

29 ottobre 2015, Kinshasa
Prima lezione all’I.S.A.U., Institut Superior d’Architecture et Urbanisme, corso di progettazione architettonica, primo anno.
Come sempre ero un po’ agitata prima di entrare in aula e come sempre l’agitazione è passata quando ho cominciato a parlare e mi sono lasciata trasportare dalla voglia di comunicare con gli studenti.
Per oggi il programma prevedeva solo una breve descrizione dei contenuti del corso e della sua filosofia. Ho preparato una semplice presentazione, con parole chiave e qualche immagine da commentare; l’ho preparata in fretta, ma con una certa cura, scegliendo immagini che potessero raccontare il mio punto di vista sulla progettazione e sul lavoro che mi piacerebbe fare quest’anno con gli studenti (quadri di Maludi – pittore congolese che dipinge persone, città e oggetti di vita quotidiana fusi in un’unica intricata trama; schizzi di De Carlo; immagini tratte da diari di viaggio, …). Ho portato il videoproiettore, assicurandomi la sera prima che tutto funzionasse. Ma in aula non c’è stato modo di utilizzarlo. Nessuna parete chiara su cui proiettare (la parete di fondo è occupata da due grandi lavagne verde scuro), troppa luce (le pareti laterali sono interamente finestrate, senza alcun sistema oscurante) e, soprattutto, troppa gente: circa 500 testoline nere stipate in un aula che potrebbe ospitarne comodamente solo un decimo.
Muovendomi a fatica nel metro quadrato lasciato libero per i professori sono andata a braccio, sforzandomi di superare con mimica e pause i miei ancora grandi limiti linguistici.
Tutto sommato credo che qualcosa del mio discorso sia arrivato a destinazione, per lo meno tra le prime dieci file.

A dire il vero quella di oggi non è stata la mia prima lezione. Lo scorso lunedì, seguendo inconsciamente chissà quale presagio, sono passata all’I.S.A.U. dopo gli appuntamenti della mattina. Mi ha fermato un assistente dicendomi che mi attendevano in sala professori: gli studenti sono in aula, il corso deve cominciare.
Me la sono cavata con un giro di presentazioni reciproche e con un esercizio ex tempore (disegna la tua casa con attenzione al suo funzionamento e al contesto) mutuato dal mio amico Alessandro (grazie!).
Nessuno si è preoccupato di avvisarmi che quel lunedì fosse previsto l’inizio del corso assegnatomi, così come nelle settimane precedenti nessuno è stato in grado di dirmi che corso mi avrebbero assegnato, se non all’ultimo momento (due giorni prima dell’inizio delle lezioni), a seguito della mia ennesima richiesta.

La mia pur breve storia con l’I.S.A.U. è già costellata di malintesi, non detti e regole che si suppongono implicite anche per chi per la prima volta cammina su quel terreno.
Dal mio ritorno a Kinshasa, in agosto, sono passata ogni venerdì negli uffici della sezione urbanistica e in quelli della sezione architettura a chiedere del mio eventuale futuro di insegnamento ed ogni volta ho raccolto solo un generico “sì, sì, Madame, avrà sicuramente un corso, ma ancora non sappiamo quale”, per poi ritrovarmi gettata nella mischia, con 500 studenti da gestire e poche idee su come farlo.
Débrouillez vous! (arrangiatevi!), suggerisce un noto detto congolese riassumendo l’implicita filosofia di sopravvivenza su cui il Congo edifica se stesso giorno per giorno.

Un giorno qualunque

16 ottobre 2015, Kinshasa
Il venerdì è il mio giorno della settimana off, ovvero il giorno in cui cerco di tenermi libera da eccessivi impegni lavorativi per sbrigare “le mie faccende” (curare l’orto, mettere a posto la casa, scrivere, studiare, …).
Oggi è venerdì. Ci siamo alzati come sempre alle 6. Marco sveglia i bambini e li mette a tavola per la colazione, mentre io faccio la doccia, mi vesto e preparo i vestiti e le sacche dell’asilo. Finiamo di fare colazione assieme, poi Marco veste se stesso e Leo e io metto Olivia sul vasino, la lavo e la vesto. Tra le 7,25 e le 7,35 siamo in macchina. Ogni giorno, uguale al precedente e al successivo, con l’unica variante del traffico, che in quei dieci minuti in più o in meno può farsi da discretamente scorrevole ad assolutamente bloccato.
Prima tappa l’asilo di Olivia: baci, saluti e riti di inizio giornata. Seconda tappa – ma solo oggi – medico, per verificare che i miei parassiti intestinali abbiano sloggiato (lo hanno fatto, pare!). Terza tappa asilo di Leo: baci, saluti e riti di buon inizio. Quarta tappa ufficio di Marco, per lui può cominciare la giornata lavorativa; sono le 8,15.
Ora può cominciare anche la mia giornata, ma devo ancora perdere un po’ di tempo, perché in cantiere ho appuntamento solo alle 9,00, quindi: caffè chez Kaiser, uno dei due posti di Kinshasa dove è possibile berne di decente.
Alle 9,00 sono nella baracca di cantiere al Palais de Justice e del fabbro che dovrei vedere non c’è traccia. Discuto alcune cose con Fausto, l’impresario italiano incaricato dei lavori, e scopro da lui che il fabbro non ha ancora terminato il campione che dovrei verificare, lo porterà tra le 13,00 e le 14,00. Me ne vado in ufficio a stampare 4 copie delle tavole definitive (?) di questo progetto ingiustificatamente infinito.
A mezzogiorno sono a casa, dopo una rapida spesa al supermercato. Mando la babysitter a prendere i bambini e intanto faccio una torta allo yogurt, mangio una banana plantain e un pacchetto di biscotti, cucio un pezzo di tenda per la camera degli ospiti e discuto con Rofils alcune faccende domestiche.
Alle 13,30 sono di nuovo in cantiere e del fabbro ancora non c’è traccia. Chiamo ripetutamente lui e il suo capo, fino a quando finalmente il secondo mi risponde dicendo che il campione è terminato, ma l’antiruggine ancora non è asciutto, per cui servirà ancora un po’ di tempo per terminare la verniciatura; per le 16, mi assicura, sarà pronto.
Un po’ scocciata vado in università, dove ho appuntamento con due studenti di Ferrara che sto accompagnando nell’elaborazione della loro tesi di laurea su un quartiere di Kinshasa. Una piacevole bolla di normalità ritagliata in un mutevole blob di stimoli confusi, un angolino in cui posso parlare la mia lingua (culturale prima di altro), sapendo di muovermi su un terreno almeno in parte condiviso. Scambiamo per poco più di un’ora nel baretto di Beaux Arts eletto a officina.
Alle 16,30 sono ancora, e ancora inutilmente, in cantiere. Qualche telefonata e un nuovo appuntamento per l’indomani mattina.
Alle 18,00 sono a casa. Gioco con i bambini mentre preparo la cena, cercando come sempre di inventarmi qualcosa per rallegrare un panorama alimentare di base piuttosto desolante.
Alle 19,30 siamo a tavola, alle 20,30 cominciamo a mettere a letto i bambini e a sistemare la cucina (io e Marco ci dividiamo a turno le due occupazioni).
Verso le dieci, dopo l’ennesima lettura de “Le avventure del papà scomparso”, chiude gli occhietti anche l’irriducibile Olivia. E io poco dopo di lei, perché la forza per fare altro proprio non rimane.
In fondo è stata una giornata rilassante, è venerdì.

Polvere

5 ottobre 2015, Kinshasa
Scendendo dalla riserva di Luki verso la strada principale si attraversano alcuni villaggi realizzati assieme all’istituzione della riserva per le comunità che ne fanno parte. Piccole casette in pietra cadenti, circondate da un terreno pelato e polveroso, consumato fino a scoprirne le fondamenta. Non un filo d’erba, non una pianta. Solo polvere rossa in pendii scoscesi, capre in cerca di qualcosa da brucare e bambini entusiasti dei nostri musi bianchi: “mundele, mundele!”.
La nostra ospite del wwf, che accompagniamo fino alla stazione dell’autobus per Boma, ci racconta che un tempo quelle casette erano circondate da prati verdi e canali per lo scorrimento delle acque; poi le capre, il disboscamento…

Nella riserva di Luki non si abita in modo molto diverso che negli altri villaggi del Basso Congo che abbiamo attraversato. Cambiano la fattura delle case (in mattoni cotti o crudi, intonacate o no, con tetti di frasche o di lamiera), il colore del terreno, la disposizione delle abitazioni, ma ovunque sembra riprodursi un unico inevitabile modello.
Ovunque, verso l’imbrunire, incontriamo donne in cammino con una gerla affrancata in fronte colma di legna (donne, mai uomini… ma questo è un altro argomento); ovunque, allineati sul ciglio della strada, ogni villaggio offre ai viandanti i suoi sacchi di makala (carbone vegetale); ovunque pochi alberi, relegati ai margini del villaggio, come se non potessero partecipare di uno spazio antropizzato e non potessero avere alcuna utilità.
E dietro la patina polverosa della prima impressione l’ipotesi poco confortante di un popolo con una possibilità di investimento talmente ridotta da non poter immaginare altro che alzarsi la mattina, andare a far legna e trasformarla in carbonella per cucinare. Quasi più come opzione per occupare le giornate, sembra, che come reale espediente economico.

Sicuramente c’è molto altro. Sicuramente il disastroso disboscamento del paese ha molte altre ragioni, così come immagino abbia altre ragioni la predilezione congolese per l’assenza di vegetazione.
Ma io ora non sono in grado di vedere molto più in là, oltre la coltre opaca che ha accompagnato tutto il nostro viaggio. Polvere, e l’amarezza per un’apparente assenza di prospettiva che – figlia della mia terra – non riesco ad accettare.

La prima pioggia

20 settembre 2015, Kinshasa
La prima pioggia della stagione è arrivata ieri, all’improvviso come ogni temporale tropicale, ma preceduta da un vento e da una tempesta di terra più violenti di qualsiasi abbia mai visto. Dopo le prime forti raffiche il cielo di metà pomeriggio s’è fatto improvvisamente nero come in una notte nebbiosa e senza luna.
Io e i bambini ci trovavamo nel giardino della casa di fronte, alla festa di compleanno dei figli dei vicini. In pochi secondi seggioline e tavolini sono finiti per aria e la festa si è trasferita all’interno.
Quando siamo rientrati a casa la pioggia cominciava a cadere a grandi gocce mentre il cielo riprendeva il colore di un normale temporale. In casa ogni cosa, pavimento, mobili, oggetti, era ricoperta di un fitto strato di terra grigia, evidentemente filtrato attraverso le zanzariere. Ho passato la serata a pulire sommariamente, mentre i bambini si ricoprivano inevitabilmente mani e piedi di terra sottile.

Alla fine del 2008 ho regalato la mia copia delle “Stagioni” di Rigoni Stern a una persona cara, che di lì a poco non ci sarebbe stata più. Da allora alle stagioni presto molta attenzione. E oggi, ancora una volta, il loro naturale avvicendarsi mi restituisce un senso di appartenenza duplice, che mi dice che sono qui, a Kinshasa, alla fine del settembre del 2015, ma anche parte di una storia lunga e dispersa, che abbraccia almeno tutte le stagioni della mia vita, se non oltre ancora, le luminose estati, come i gelidi inverni.

Un avventura rapida e urbana

18 settembre 2015, Kinshasa
« In Africa avevo una fattoria ». Certo mi piacerebbe poter cominciare il mio racconto d’Africa come Karen Blixen. Invece noi in Africa abbiamo solo una casa provvisoria in una grande città.
Spazio e tempo, le grandi variabili della vita e dei racconti, sono in effetti gli elementi che prima di tutto determinano il colore della mia avventura africana. Non una fattoria sull’altopiano spazioso e selvaggio, dunque (anche se poi mi sa che ormai anche la casa dell’amica Karen è stata inghiottita dall’espansione di Nairobi), ma una villetta mal costruita in una grande metropoli; non una lunga permanenza, che permetta di far parte almeno di un piccolo brano della storia dei luoghi e delle persone, ma un passaggio che sa già di temporaneo al suo inizio.

Da queste parti sento spesso ripetere che per conoscere davvero il Congo, l’immenso paese in cui abitiamo ora, bisognerebbe percorrerlo nel suo interno, vivere in campagna o almeno in una piccola città, dove le abitudini non sono state (ancora?) corrotte dalle esigenze della grande metropoli.
Kinshasa, in effetti, è una città aggressiva e faticosa (mia figlia dice semplicemente “brutta”); ogni quotidiana incombenza va organizzata con puntigliosa attenzione, perché ogni spostamento avviene in macchina e i “punti di interesse” (asili, ufficio, mercato, supermercato, parco giochi…) sono disseminati a chilometri di distanza; e in questo spazio sincopato ogni relazione è mediata da un gioco di ruoli spesso inconscio – ma comunque evidente –, un do ut des che non ammette grandi eccezioni alle sue regole.
Assieme alla mia consapevole temporaneità, è proprio questa, come dicevo, la principale condizione alla mia esperienza congolese: Kinshasa e la sua façon de vivre.

Niente giungla, dunque, niente savana e animali selvaggi. Questa è la mia avventura, rapida e urbana, e di questo voglio raccontare.