Il faut se tropicaliser #2

Quando finalmente, in occasione del mio ultimo pellegrinaggio del venerdì all’I.S.A.U., il direttore della sezione architettura mi ha detto che mi avrebbero assegnato il corso di progettazione al primo anno e che, nonostante non ci fossero ancora né un calendario, né un orario, né un programma di massima, sapevano che io sarei stata a loro completa disposizione, mi sono un po’ scaldata. Ho alzato la voce come di rado mi succede, sfoderando un francese fluente di rabbia. Il direttore s’è fatto piccolo piccolo sulla sua sedia di plastica azzurra ed è riuscito solo a mormorare un “Je m’excuse, Madame”, ma subito dopo mi ha fermato sulla porta per chiarire il suo punto di vista: “Madame, il faut se tropicalizer!”.

Oggi, dopo la mia prima ‘vera’ lezione, sono uscita dall’aula ancora un po’ confusa rispetto al futuro del corso, ma pur soddisfatta per aver finalmente l’occasione di dedicarmi a un’occupazione che mi appaga come poche altre.
Un anziano professore mi ha fermato nel corridoio per commentare il corso, spiegandomi con parole affettate che dovrei vestirmi “più convenientemente” (e chi mi conosce può immaginare quanto sia stato ‘provocante’ il mio abbigliamento!). Pare che quando ho alzato il braccio per scrivere alla lavagna la mia maglietta abbia scoperto un triangolino di pelle sopra la cintura – così hanno riferito gli assistenti, uomini fatti ed esperti che non hanno trovato il coraggio per dirmi direttamente che il costume congolese vuole che la donna sposata non mostri parti di pelle che non siano braccia, polpacci e viso (e mi piace pensare che non l’abbiano trovato perché in fondo in fondo si rendono conto dell’ingiustizia di quel riferimento al matrimonio e al diverso trattamento riservato alla donna).
In ogni caso questo è stato il solo commento ai miei sforzi didattici.
Me la sono presa un po’ e me ne sono pentita subito dopo. Trovo inaccettabile che le cose non mi vengano dette direttamente (ho chiarito il punto agli assistenti, non so ancora con quale risultato), ma non c’è motivo per cui non debba rispettare i costumi locali, a patto che il rispetto si possa tradurre in discussione e non in placida accettazione.

Sono certa che col passare del tempo mi tropicalizzerò almeno un po’, così come consiglia il mellifluo direttore, ma solo nella misura in cui i miei interlocutori saranno disponibili ad accogliere anche il mio punto di vista, mentre mi offrono il proprio.

Il faut se tropicaliser #1

29 ottobre 2015, Kinshasa
Prima lezione all’I.S.A.U., Institut Superior d’Architecture et Urbanisme, corso di progettazione architettonica, primo anno.
Come sempre ero un po’ agitata prima di entrare in aula e come sempre l’agitazione è passata quando ho cominciato a parlare e mi sono lasciata trasportare dalla voglia di comunicare con gli studenti.
Per oggi il programma prevedeva solo una breve descrizione dei contenuti del corso e della sua filosofia. Ho preparato una semplice presentazione, con parole chiave e qualche immagine da commentare; l’ho preparata in fretta, ma con una certa cura, scegliendo immagini che potessero raccontare il mio punto di vista sulla progettazione e sul lavoro che mi piacerebbe fare quest’anno con gli studenti (quadri di Maludi – pittore congolese che dipinge persone, città e oggetti di vita quotidiana fusi in un’unica intricata trama; schizzi di De Carlo; immagini tratte da diari di viaggio, …). Ho portato il videoproiettore, assicurandomi la sera prima che tutto funzionasse. Ma in aula non c’è stato modo di utilizzarlo. Nessuna parete chiara su cui proiettare (la parete di fondo è occupata da due grandi lavagne verde scuro), troppa luce (le pareti laterali sono interamente finestrate, senza alcun sistema oscurante) e, soprattutto, troppa gente: circa 500 testoline nere stipate in un aula che potrebbe ospitarne comodamente solo un decimo.
Muovendomi a fatica nel metro quadrato lasciato libero per i professori sono andata a braccio, sforzandomi di superare con mimica e pause i miei ancora grandi limiti linguistici.
Tutto sommato credo che qualcosa del mio discorso sia arrivato a destinazione, per lo meno tra le prime dieci file.

A dire il vero quella di oggi non è stata la mia prima lezione. Lo scorso lunedì, seguendo inconsciamente chissà quale presagio, sono passata all’I.S.A.U. dopo gli appuntamenti della mattina. Mi ha fermato un assistente dicendomi che mi attendevano in sala professori: gli studenti sono in aula, il corso deve cominciare.
Me la sono cavata con un giro di presentazioni reciproche e con un esercizio ex tempore (disegna la tua casa con attenzione al suo funzionamento e al contesto) mutuato dal mio amico Alessandro (grazie!).
Nessuno si è preoccupato di avvisarmi che quel lunedì fosse previsto l’inizio del corso assegnatomi, così come nelle settimane precedenti nessuno è stato in grado di dirmi che corso mi avrebbero assegnato, se non all’ultimo momento (due giorni prima dell’inizio delle lezioni), a seguito della mia ennesima richiesta.

La mia pur breve storia con l’I.S.A.U. è già costellata di malintesi, non detti e regole che si suppongono implicite anche per chi per la prima volta cammina su quel terreno.
Dal mio ritorno a Kinshasa, in agosto, sono passata ogni venerdì negli uffici della sezione urbanistica e in quelli della sezione architettura a chiedere del mio eventuale futuro di insegnamento ed ogni volta ho raccolto solo un generico “sì, sì, Madame, avrà sicuramente un corso, ma ancora non sappiamo quale”, per poi ritrovarmi gettata nella mischia, con 500 studenti da gestire e poche idee su come farlo.
Débrouillez vous! (arrangiatevi!), suggerisce un noto detto congolese riassumendo l’implicita filosofia di sopravvivenza su cui il Congo edifica se stesso giorno per giorno.