Ostriche e birra

30 settembre 2015, Muanda – Parc des mangroves
Dove il fiume Congo si sfrangia in mille rivoli prima di mescolarsi lentamente all’acqua salata dell’oceano ci sono villaggi costruiti su montagne d’oro, dove si vive di nulla.

Visitiamo il Parco delle Mangrovie su una barca a motore. Un’intricata città di rami cadenti e piattaforme di fango, solcata da canali piccoli e grandi. La nostra guida si orienta agilmente tra le vie d’acqua, come se a ciascuna corrispondesse una precisa toponomastica, come in una piccola Venezia naturale.
Dopo qualche giro tra vicoli e viali d’acqua, ci addentriamo nella parte più interna del parco, dove i canali si aprono a tratti in placidi bacini, su cui si affacciano piccoli villaggi bianchi.
Qui incontriamo i pescatori di ostriche. Appoggiati a una piroga si immergono per sei ore consecutive, raccogliendo a mano sul fondale sabbioso manciate di ostriche. Ogni giorno una piroga piena.
Le ostriche vengono consumate sul posto o vendute sul mercato di Muanda, da cui raggiungono Matadi e poi anche Kinshasa (ci raccontano che a Kinshasa sono vendute al mercato della Huilerie per gli emigrati del Bas Congo che hanno nostalgia dei sapori di casa).

Approdiamo sulla riva di uno dei bianchi villaggi, dove la nostra guida appronta l’accoglienza per i suoi turisti di lusso: un tavolo e quattro sedie di plastica nel portico di una piccola casa di tronchi di palma.
Sul percorso abbiamo comprato 3 kg di gamberi direttamente dalla piroga di un pescatore, che ora una mama circondata da bambini di tutte le età cucina per noi.
Mentre Marco scambia pareri con la nostra guida sulla precarietà del lavoro di tutela delle risorse naturali del paese io e i bambini visitiamo il villaggio.

Passeggiamo tra le capanne come tra le pagine di un libro o tra le immagini di un documentario. Immersi in un modo di vivere innegabilmente diverso eppure così simile nel suo svolgersi a una vita qualsiasi.
In pochi metri quadrati c’è tutto quello di cui ha bisogno la vita della comunità: la scuola, la chiesa, una grande corte tra esse defilata dalle abitazioni (la piazza?), le piccole case, disposte prevalentemente in linea, vicine all’acqua, alcune su palafitte.
Come in ogni altra parte del mondo all’ora di pranzo i bambini escono da scuola, come in ogni altra parte del Congo anche qui gli scolari sono in divisa bianca e blu. Alcuni vengono evidentemente da villaggi vicini e tornano a casa con un piroga-bus.
Il villaggio sembra molto più pulito e ordinato di quelli che abbiamo attraversato sulla terra ferma.
Le capanne sono costruite con una fitta orditura di pali drittissimi ricavati da foglie di palma, minute architetture ortogonali grigio chiaro. Alcune sono visibilmente inclinate dal vento, una piccola selva di pali obliqui solidali.
Ma più ancora delle ordinate costruzioni, a conferire al villaggio un aspetto surreale e stranamente pulito è il suolo: invece che sulla consueta terra polverosa (nera o rossa a seconda della regione) qui si cammina su una montagna di bianchi gusci di ostriche.
Quale migliore dimostrazione del primato del valore d’uso! Quello che per noi è un bene raro e di lusso qui è l’elemento più scontato, il pavimento su cui poggiare i piedi.

I gamberi sono pronti, li consumiamo con gusto sotto il pergolato, accompagnandoli con un paio di birre, portate apposta per noi dalla terra ferma in una borsa frigo.
Privilegiati spettatori di una vita altrove (o siamo noi ad essere in scena?).

Alla fine del mondo

30 settembre 2915, Muanda
Arriviamo a Muanda in serata dopo aver attraversato paesaggi profondi dal fascino preistorico. Mi chiedo cosa abbiano provato i primi europei capitati da queste parti di fronte a un ambiente che, ancora più d’ora, doveva avere l’inquietante attrattiva di un luogo fuori dal tempo.
A Boma abbiamo visitato il Baobab di Stanley, dove pare che l’esploratore abbia pernottato al suo arrivo alle foci del grande fiume. Un enorme albero cavo e panciuto imprigionato dalle costruzioni della città moderna, al punto da non poterlo notare senza conoscerne a priori la collocazione. La visita mi rattrista leggermente per la scarsa considerazione dello spazio e per la stereotipazione acritica della storia. Come se un monumento naturale di quelle dimensioni si potesse apprezzare a una distanza massima di un metro e mezzo; come se il viaggio di Stanley fosse l’eroico inizio della storia di un paese prima avvolto nelle tenebre dell’incoscienza. Ma mi rallegro anche: è la prima volta che questo paese mi dimostra attenzione per il suo passato e i suoi monumenti; la solerzia con cui il custode/guida ci chiede di firmare il libro delle visite fa tenerezza.

A Muanda dormiamo nell’ala di un convento di suore organizzata per l’ospitalità. Un’ampia camera, luminosa e pulita, in cui ci coccoliamo nella ritrovata comodità.
Non aspettatevi una città così come siete abituati a immaginarla. Alla fine di un lungo sterrato, che la rende pressoché irraggiungibile via terra durante tutta la stagione delle piogge, Muanda è una distesa di casette indipendenti isolate. Non è molto diversa dalle altre città congolesi che abbiamo attraversato: un villaggio allargato piuttosto che una città; ma qui tutto sembra più pulito, ordinato e sereno. Passeggiamo per le strade di terra come a Kinshasa non sarebbe possibile, senza che la nostra diversità sia motivo di ostilità.
In fondo alla grande strada principale finalmente l’oceano. Muanda vi si affaccia da un alto strapiombo, sotto il quale corre un’ampia spiaggia.
Qui l’oceano è marrone per la grande quantità di terra che vi riversa il fiume e quando cala la sera i fuochi delle piattaforme petrolifere punteggiano l’orizzonte.

Verso sera le nostre passeggiate sono accompagnate da cori armoniosi. Si canta ovunque, nel cortile della scuola vicino al convento, in piccoli circoli tra le case sulla spianata verso l’oceano, nella sala polifunzionale prima della discesa alla spiaggia.
A Muanda ho scoperto il canto e ritrovato l’orizzonte. Siamo nel punto estremo del Congo, alla fine del mondo e assieme al suo inizio.