Congo Deluxe

27 settembre 2015, Inkisi-Kisantu
Kisantu, la prima tappa del nostro viaggio verso l’oceano, dista poco più di 120 Km da Kinshasa. La si raggiunge facilmente sulla Route de Matadi, la strada nazionale N1, che a ovest collega la capitale con il porto marittimo del paese, Matadi, appunto.
La strada è buona, se non fosse per le abitudini di guida congolesi. Su tutto il percorso, come al solito, si incontrano macchine e camion stracolmi di merci e gente, delle incerte piramidi di sacchi di manioca, carbone o banane plantains coronate da incoscienti viaggiatori precariamente accomodati. Spesso questi zigurat semoventi procedono lentamente, a volte in mezzo alla strada, parzialmente contromano, per paura di rovesciarsi a causa dell’inclinazione laterale della carreggiata. Spesso si rovesciano, o ancor più di frequente si guastano, fermandosi nel punto in cui si trovano. La strada quindi è punteggiata di relitti arrugginiti e soprattutto di mezzi in sosta obbligata coronati da un capannello di gente in paziente attesa di un’imprevedibile soluzione.

Nei dintorni di Kisantu non ci sono molti posti dove pernottare, o per lo meno non molti che si prestino alle esigenze europee. Ci fermiamo nell’unico su cui abbiamo informazioni, il “Mbuela Lodge”, un esteso insediamento alberghiero ben organizzato. Ci sono camere standard (come quella che occupiamo noi), alloggi vips, e sistemazioni in tenda (forniscono delle solide tende spaziose con materasso, a lato di un complesso di servizi pulito e in ordine; credo che la prossima volta sceglieremo questa soluzione). Disseminate tra le casette degli alloggi l’albergo dispone anche di una piscina, un minigolf, una discoteca, un bar all’aperto, due scacchiere giganti (prima attrazione dei nostri figli), un surreale parco giochi e un buon numero di pavoni starnazzanti a spasso sulla pelouse.
Ancora una volta mi sorprende l’idea di lusso congolese, o forse, sarebbe meglio dire, la differente posizione che gli elementi di un ambiente assumono nella scala di valori congolese rispetto a quella (assolutamente euro/italo-centrica) a cui sono abituata.
Le camere sono in ordine e pulite, arredate e corredate con materiali cinesi di scarsa qualità, che, oltre a qualche piccolo inconveniente (doccini che non stanno in posizione, luci che non funzionano, …) conferiscono all’insieme un’aria un po’ decadente. Un nostrano albergo a 3 stelle non troppo allegro. Ma qui, ne siamo coscienti, siamo i privilegiati fruitori di un servizio d’élite (e il portafogli è d’accordo con questa lettura!).
Le parti comuni e i giardini sono curati attentamente, con quel particolare gusto per la minuzia e la separazione tra elementi che ho visto solo nelle aiole dell’Africa centrale; ma tra praticelli, bordure e siepi non esiste alcuna pianificazione dei percorsi: per raggiungere il porticato su cui si affacciano le camere si deve attraversare in diagonale un aiola, per arrivare al ristorante all’aperto è necessario calpestare la moquette delle piste del minigolf, per entrare nel grande recinto del parco giochi bisogna percorrerne tutto il perimetro per scoprire, finalmente sul lato più distante da tutto, una piccola apertura nella rete.
Sembra non vi sia stato alcun pensiero d’insieme, ma solo la predisposizione autonoma di singole parti, giustapposte in gran quantità l’una affianco all’altra. Abbondanza piuttosto che cura, sfarzo piuttosto che efficienza.

Meglio di ogni descrizione due immagini raccontano il mio Congo Deluxe.
La prima istantanea è notturna. Al Mbuela Lodge arriviamo che è quasi buio, il cartello che indica la svolta a sinistra sulla strada principale è piccolo e poco visibile, ma sappiamo di non esserci sbagliati perché un’immensa distesa di luci ci accoglie fin dal viale d’ingresso. Lampioni disseminati in filari regolari nel nulla, luci basse a segnare il percorso, pendagli di lucine intermittenti appese agli alberi. Probabilmente il Mbuela Lodge consuma da solo l’80% dell’energia elettrica della zona, in un paese dove la stragrande maggioranza di persone per rischiarare le proprie serate si accontenta di un lumino a petrolio.
La seconda immagine è illuminata dal cielo bianco delle mattine tropicali. Dopo colazione i bambini vogliono assolutamente visitare il parco giochi, un’immensa spianata recintata, fitta di traballanti giochi di plastica dai colori sgargianti – anche questi di produzione cinese –, affacciata sulle deserte colline del Bas Congo. Il contrasto tra l’ambiente naturale e la plastica abbondanza toglie il fiato. Un paesaggio sospeso, fuori da qualsiasi coerenza, che non posso fare a meno di fotografare, sentendomi un (indegno) emulo di Ghirri nell’era delle foto da cellulare.

Così mi appare spesso questo paese: in precario equilibrio in un tempo immobile e mestamente quieto, mascherato dietro un’abbondanza di rumori, movimenti e colori in eterna ripetizione. Un paese che corre, urla e si sbraccia, senza muoversi dal suo posto.