Gli anti-re-Mida

1 ottobre 2015, riserva di Luki, nei pressi di Boma
Nella riserva di biosfera di Luki dormiamo in una casetta costruita nel 1945. Sembra di essere in un rifugio tra le nostre montagne. Niente acqua corrente – cosa che coi bambini ci mette un po’ in difficoltà – né elettricità, ma per il resto l’ambiente è piacevole (a parte il disgustoso odore del fornello a petrolio della cucina).
Certo, anche qui domina quella che Marco ha definito la sindrome congolese dell’anti-re-Mida: tutto quello che toccano si distrugge. Arriviamo col buio e non vediamo molto più del percorso verso la camera da letto, ma la mattina seguente mi rendo conto che il nostro alloggio fa parte di un gruppetto di case ben costruite, che un tempo dovevano essere comode e piacevoli dimore. Intravedo anche l’insegna di un piccolo centro di ricerca sulla flora locale, ora – ovviamente – dismesso. Scopro più tardi che il complesso è stato costruito in epoca coloniale assieme all’istituzione della riserva e gestito da allora dall’Inera (Institut National pour l’Etude et la Recherche Agronomiques). L’Inera, mi è parso di capire, conserva ancora parte della gestione del luogo, ma la casa che ci ospita è gestita invece dal WWF, che ha finanziato alcuni progetti di tutela della riserva.

Non credo ci vorrebbe molto a sistemare queste case secondo standard “europei”; per esempio con una cisterna per l’acqua piovana (l’impianto idraulico per altro in origine doveva essere ben funzionante a giudicare dalle tracce che ne rimangono), dei pannelli solari (che in seguito scopro esserci, pur mai messi in funzione), magari anche una semplice manutenzione architettonica e un piccolo orto, invece della progressiva perdita di ogni pezzo rotto e del giardino terroso che circonda le case.
Ma i congolesi non sembrano affatto interessati a queste cose. In questa come in altre occasioni sembra che cerchino di partecipare ad un modo di vivere alieno senza condividerne l’intima sostanza. Differenze estetiche e di valori.
Tempo fa ho avuto una sostenuta discussione con papa Dialog, il nostro giardiniere occasionale, sulla modalità di semina dell’orto: io sostenevo la semina in vaso e il successivo trapianto in piccoli filari, lui mi guardava sorridendo senza abbandonare la convinzione che l’orto si semini gettando le semenze un po’ a caso su tutta la sua superficie (senza ricoprire di terra) e aspettando di vedere cosa cresce. Forse – mi fa pensare papa Dialog – il modo di vivere di queste parti di mondo è molto più in sintonia con gli elementi naturali, o anche, ribaltando la questione, possiede una spinta ordinatrice e un bisogno di controllo decisamente inferiori alle nostre.
In ogni caso gli effetti di questo scontro culturale per ora mi sembrano devastanti: le piccole case coloniali di Luki cadono a pezzi e non arrivano ad essere né quello che vorrebbe il viaggiatore europeo, né quello che farebbe sentire un congolese a casa propria. Esattamente come nel mio orto ibrido di metodologie di semina al momento stenta a crescere anche il basilico.

Topolino, topolino

28 settembre 2015, Boma
L’Auberge Port Vieux su una delle nostre guide si presenta piuttosto bene, con la sua veranda affacciata sull’ultimo tratto del grande fiume. Per trovarlo, con il buio delle otto di sera, dobbiamo fermarci a chiedere due volte. Peccato che la realtà non rispetti le promesse. Cadente e deserto, l’albergo si affaccia effettivamente sul fiume con una serie di balconate in legno incastrate l’una nell’altra, che al buio mi preoccupano un po’ in relazione alle spiccate tendenze esplorative di Leo.
La camera prevista per noi, prenotata la sera precedente, è la numero 11. Dietro la porta ci aspetta un bel ratto, che spaventato dall’apparizione di noi brutti animali corre a rifugiarsi in bagno. Cambiamo camera, la numero 10, più piccola, ugualmente rivestita di legno polveroso e tendami pesanti, con affaccio su una terrazza condivisa, dove si aggira un ragazzo in braghette.
Lo devo ammettere – per quanto i miei sentimenti non assecondino l’immagine disponibile e duttile che mi piace avere di me stessa: dopo un’intera giornata di viaggio mi aspettavo di meglio.
Mangiamo un discreto piatto di gamberi e ci infiliamo tra lenzuola sporche e consunte, sotto una precaria zanzariera (io e i bambini, il povero Marco si sistema su un semplice materasso per terra), che non riesce a fermare l’attacco congiunto di stromi di zanzare.
Non toccare, non andare, non raccogliere… Con sorpreso imbarazzo, a Boma mi sono scoperta proprio quel tipo di madre che ho sempre biasimato con superiore distacco, sempre allerta nel contenere i figli per paura che il contatto col mondo estraneo possa danneggiarli.

La luce del mattino, che scintilla sulla superficie placida e marroncina del fiume, ci rivela l’albergo in tutto il suo decadente splendore. Una lunga infilata di costruzioni basse e multiformi snocciolate lungo giardini pensili e balconate in legno e muratura (c’è anche una piscina – vuota – a sbalzo sul fiume!) che alludono a un passato di lussuosa efficienza. Più tardi scopriremo per caso che l’albergo è stato semi abbandonato a causa delle posizioni inconciliabili degli eredi del suo fondatore.
Nonostante tutto, affacciata sul fiume Congo da queste terrazze, comincio a gustare davvero il piacere per lo spazio aperto, a lungo rattrappito nella serrata vita di Kinshasa, e ad entrare in sintonia con un viaggio che ha il sapore particolare della scoperta di una storia.