Polvere

5 ottobre 2015, Kinshasa
Scendendo dalla riserva di Luki verso la strada principale si attraversano alcuni villaggi realizzati assieme all’istituzione della riserva per le comunità che ne fanno parte. Piccole casette in pietra cadenti, circondate da un terreno pelato e polveroso, consumato fino a scoprirne le fondamenta. Non un filo d’erba, non una pianta. Solo polvere rossa in pendii scoscesi, capre in cerca di qualcosa da brucare e bambini entusiasti dei nostri musi bianchi: “mundele, mundele!”.
La nostra ospite del wwf, che accompagniamo fino alla stazione dell’autobus per Boma, ci racconta che un tempo quelle casette erano circondate da prati verdi e canali per lo scorrimento delle acque; poi le capre, il disboscamento…

Nella riserva di Luki non si abita in modo molto diverso che negli altri villaggi del Basso Congo che abbiamo attraversato. Cambiano la fattura delle case (in mattoni cotti o crudi, intonacate o no, con tetti di frasche o di lamiera), il colore del terreno, la disposizione delle abitazioni, ma ovunque sembra riprodursi un unico inevitabile modello.
Ovunque, verso l’imbrunire, incontriamo donne in cammino con una gerla affrancata in fronte colma di legna (donne, mai uomini… ma questo è un altro argomento); ovunque, allineati sul ciglio della strada, ogni villaggio offre ai viandanti i suoi sacchi di makala (carbone vegetale); ovunque pochi alberi, relegati ai margini del villaggio, come se non potessero partecipare di uno spazio antropizzato e non potessero avere alcuna utilità.
E dietro la patina polverosa della prima impressione l’ipotesi poco confortante di un popolo con una possibilità di investimento talmente ridotta da non poter immaginare altro che alzarsi la mattina, andare a far legna e trasformarla in carbonella per cucinare. Quasi più come opzione per occupare le giornate, sembra, che come reale espediente economico.

Sicuramente c’è molto altro. Sicuramente il disastroso disboscamento del paese ha molte altre ragioni, così come immagino abbia altre ragioni la predilezione congolese per l’assenza di vegetazione.
Ma io ora non sono in grado di vedere molto più in là, oltre la coltre opaca che ha accompagnato tutto il nostro viaggio. Polvere, e l’amarezza per un’apparente assenza di prospettiva che – figlia della mia terra – non riesco ad accettare.

Gli anti-re-Mida

1 ottobre 2015, riserva di Luki, nei pressi di Boma
Nella riserva di biosfera di Luki dormiamo in una casetta costruita nel 1945. Sembra di essere in un rifugio tra le nostre montagne. Niente acqua corrente – cosa che coi bambini ci mette un po’ in difficoltà – né elettricità, ma per il resto l’ambiente è piacevole (a parte il disgustoso odore del fornello a petrolio della cucina).
Certo, anche qui domina quella che Marco ha definito la sindrome congolese dell’anti-re-Mida: tutto quello che toccano si distrugge. Arriviamo col buio e non vediamo molto più del percorso verso la camera da letto, ma la mattina seguente mi rendo conto che il nostro alloggio fa parte di un gruppetto di case ben costruite, che un tempo dovevano essere comode e piacevoli dimore. Intravedo anche l’insegna di un piccolo centro di ricerca sulla flora locale, ora – ovviamente – dismesso. Scopro più tardi che il complesso è stato costruito in epoca coloniale assieme all’istituzione della riserva e gestito da allora dall’Inera (Institut National pour l’Etude et la Recherche Agronomiques). L’Inera, mi è parso di capire, conserva ancora parte della gestione del luogo, ma la casa che ci ospita è gestita invece dal WWF, che ha finanziato alcuni progetti di tutela della riserva.

Non credo ci vorrebbe molto a sistemare queste case secondo standard “europei”; per esempio con una cisterna per l’acqua piovana (l’impianto idraulico per altro in origine doveva essere ben funzionante a giudicare dalle tracce che ne rimangono), dei pannelli solari (che in seguito scopro esserci, pur mai messi in funzione), magari anche una semplice manutenzione architettonica e un piccolo orto, invece della progressiva perdita di ogni pezzo rotto e del giardino terroso che circonda le case.
Ma i congolesi non sembrano affatto interessati a queste cose. In questa come in altre occasioni sembra che cerchino di partecipare ad un modo di vivere alieno senza condividerne l’intima sostanza. Differenze estetiche e di valori.
Tempo fa ho avuto una sostenuta discussione con papa Dialog, il nostro giardiniere occasionale, sulla modalità di semina dell’orto: io sostenevo la semina in vaso e il successivo trapianto in piccoli filari, lui mi guardava sorridendo senza abbandonare la convinzione che l’orto si semini gettando le semenze un po’ a caso su tutta la sua superficie (senza ricoprire di terra) e aspettando di vedere cosa cresce. Forse – mi fa pensare papa Dialog – il modo di vivere di queste parti di mondo è molto più in sintonia con gli elementi naturali, o anche, ribaltando la questione, possiede una spinta ordinatrice e un bisogno di controllo decisamente inferiori alle nostre.
In ogni caso gli effetti di questo scontro culturale per ora mi sembrano devastanti: le piccole case coloniali di Luki cadono a pezzi e non arrivano ad essere né quello che vorrebbe il viaggiatore europeo, né quello che farebbe sentire un congolese a casa propria. Esattamente come nel mio orto ibrido di metodologie di semina al momento stenta a crescere anche il basilico.

Ostriche e birra

30 settembre 2015, Muanda – Parc des mangroves
Dove il fiume Congo si sfrangia in mille rivoli prima di mescolarsi lentamente all’acqua salata dell’oceano ci sono villaggi costruiti su montagne d’oro, dove si vive di nulla.

Visitiamo il Parco delle Mangrovie su una barca a motore. Un’intricata città di rami cadenti e piattaforme di fango, solcata da canali piccoli e grandi. La nostra guida si orienta agilmente tra le vie d’acqua, come se a ciascuna corrispondesse una precisa toponomastica, come in una piccola Venezia naturale.
Dopo qualche giro tra vicoli e viali d’acqua, ci addentriamo nella parte più interna del parco, dove i canali si aprono a tratti in placidi bacini, su cui si affacciano piccoli villaggi bianchi.
Qui incontriamo i pescatori di ostriche. Appoggiati a una piroga si immergono per sei ore consecutive, raccogliendo a mano sul fondale sabbioso manciate di ostriche. Ogni giorno una piroga piena.
Le ostriche vengono consumate sul posto o vendute sul mercato di Muanda, da cui raggiungono Matadi e poi anche Kinshasa (ci raccontano che a Kinshasa sono vendute al mercato della Huilerie per gli emigrati del Bas Congo che hanno nostalgia dei sapori di casa).

Approdiamo sulla riva di uno dei bianchi villaggi, dove la nostra guida appronta l’accoglienza per i suoi turisti di lusso: un tavolo e quattro sedie di plastica nel portico di una piccola casa di tronchi di palma.
Sul percorso abbiamo comprato 3 kg di gamberi direttamente dalla piroga di un pescatore, che ora una mama circondata da bambini di tutte le età cucina per noi.
Mentre Marco scambia pareri con la nostra guida sulla precarietà del lavoro di tutela delle risorse naturali del paese io e i bambini visitiamo il villaggio.

Passeggiamo tra le capanne come tra le pagine di un libro o tra le immagini di un documentario. Immersi in un modo di vivere innegabilmente diverso eppure così simile nel suo svolgersi a una vita qualsiasi.
In pochi metri quadrati c’è tutto quello di cui ha bisogno la vita della comunità: la scuola, la chiesa, una grande corte tra esse defilata dalle abitazioni (la piazza?), le piccole case, disposte prevalentemente in linea, vicine all’acqua, alcune su palafitte.
Come in ogni altra parte del mondo all’ora di pranzo i bambini escono da scuola, come in ogni altra parte del Congo anche qui gli scolari sono in divisa bianca e blu. Alcuni vengono evidentemente da villaggi vicini e tornano a casa con un piroga-bus.
Il villaggio sembra molto più pulito e ordinato di quelli che abbiamo attraversato sulla terra ferma.
Le capanne sono costruite con una fitta orditura di pali drittissimi ricavati da foglie di palma, minute architetture ortogonali grigio chiaro. Alcune sono visibilmente inclinate dal vento, una piccola selva di pali obliqui solidali.
Ma più ancora delle ordinate costruzioni, a conferire al villaggio un aspetto surreale e stranamente pulito è il suolo: invece che sulla consueta terra polverosa (nera o rossa a seconda della regione) qui si cammina su una montagna di bianchi gusci di ostriche.
Quale migliore dimostrazione del primato del valore d’uso! Quello che per noi è un bene raro e di lusso qui è l’elemento più scontato, il pavimento su cui poggiare i piedi.

I gamberi sono pronti, li consumiamo con gusto sotto il pergolato, accompagnandoli con un paio di birre, portate apposta per noi dalla terra ferma in una borsa frigo.
Privilegiati spettatori di una vita altrove (o siamo noi ad essere in scena?).

Alla fine del mondo

30 settembre 2915, Muanda
Arriviamo a Muanda in serata dopo aver attraversato paesaggi profondi dal fascino preistorico. Mi chiedo cosa abbiano provato i primi europei capitati da queste parti di fronte a un ambiente che, ancora più d’ora, doveva avere l’inquietante attrattiva di un luogo fuori dal tempo.
A Boma abbiamo visitato il Baobab di Stanley, dove pare che l’esploratore abbia pernottato al suo arrivo alle foci del grande fiume. Un enorme albero cavo e panciuto imprigionato dalle costruzioni della città moderna, al punto da non poterlo notare senza conoscerne a priori la collocazione. La visita mi rattrista leggermente per la scarsa considerazione dello spazio e per la stereotipazione acritica della storia. Come se un monumento naturale di quelle dimensioni si potesse apprezzare a una distanza massima di un metro e mezzo; come se il viaggio di Stanley fosse l’eroico inizio della storia di un paese prima avvolto nelle tenebre dell’incoscienza. Ma mi rallegro anche: è la prima volta che questo paese mi dimostra attenzione per il suo passato e i suoi monumenti; la solerzia con cui il custode/guida ci chiede di firmare il libro delle visite fa tenerezza.

A Muanda dormiamo nell’ala di un convento di suore organizzata per l’ospitalità. Un’ampia camera, luminosa e pulita, in cui ci coccoliamo nella ritrovata comodità.
Non aspettatevi una città così come siete abituati a immaginarla. Alla fine di un lungo sterrato, che la rende pressoché irraggiungibile via terra durante tutta la stagione delle piogge, Muanda è una distesa di casette indipendenti isolate. Non è molto diversa dalle altre città congolesi che abbiamo attraversato: un villaggio allargato piuttosto che una città; ma qui tutto sembra più pulito, ordinato e sereno. Passeggiamo per le strade di terra come a Kinshasa non sarebbe possibile, senza che la nostra diversità sia motivo di ostilità.
In fondo alla grande strada principale finalmente l’oceano. Muanda vi si affaccia da un alto strapiombo, sotto il quale corre un’ampia spiaggia.
Qui l’oceano è marrone per la grande quantità di terra che vi riversa il fiume e quando cala la sera i fuochi delle piattaforme petrolifere punteggiano l’orizzonte.

Verso sera le nostre passeggiate sono accompagnate da cori armoniosi. Si canta ovunque, nel cortile della scuola vicino al convento, in piccoli circoli tra le case sulla spianata verso l’oceano, nella sala polifunzionale prima della discesa alla spiaggia.
A Muanda ho scoperto il canto e ritrovato l’orizzonte. Siamo nel punto estremo del Congo, alla fine del mondo e assieme al suo inizio.

Topolino, topolino

28 settembre 2015, Boma
L’Auberge Port Vieux su una delle nostre guide si presenta piuttosto bene, con la sua veranda affacciata sull’ultimo tratto del grande fiume. Per trovarlo, con il buio delle otto di sera, dobbiamo fermarci a chiedere due volte. Peccato che la realtà non rispetti le promesse. Cadente e deserto, l’albergo si affaccia effettivamente sul fiume con una serie di balconate in legno incastrate l’una nell’altra, che al buio mi preoccupano un po’ in relazione alle spiccate tendenze esplorative di Leo.
La camera prevista per noi, prenotata la sera precedente, è la numero 11. Dietro la porta ci aspetta un bel ratto, che spaventato dall’apparizione di noi brutti animali corre a rifugiarsi in bagno. Cambiamo camera, la numero 10, più piccola, ugualmente rivestita di legno polveroso e tendami pesanti, con affaccio su una terrazza condivisa, dove si aggira un ragazzo in braghette.
Lo devo ammettere – per quanto i miei sentimenti non assecondino l’immagine disponibile e duttile che mi piace avere di me stessa: dopo un’intera giornata di viaggio mi aspettavo di meglio.
Mangiamo un discreto piatto di gamberi e ci infiliamo tra lenzuola sporche e consunte, sotto una precaria zanzariera (io e i bambini, il povero Marco si sistema su un semplice materasso per terra), che non riesce a fermare l’attacco congiunto di stromi di zanzare.
Non toccare, non andare, non raccogliere… Con sorpreso imbarazzo, a Boma mi sono scoperta proprio quel tipo di madre che ho sempre biasimato con superiore distacco, sempre allerta nel contenere i figli per paura che il contatto col mondo estraneo possa danneggiarli.

La luce del mattino, che scintilla sulla superficie placida e marroncina del fiume, ci rivela l’albergo in tutto il suo decadente splendore. Una lunga infilata di costruzioni basse e multiformi snocciolate lungo giardini pensili e balconate in legno e muratura (c’è anche una piscina – vuota – a sbalzo sul fiume!) che alludono a un passato di lussuosa efficienza. Più tardi scopriremo per caso che l’albergo è stato semi abbandonato a causa delle posizioni inconciliabili degli eredi del suo fondatore.
Nonostante tutto, affacciata sul fiume Congo da queste terrazze, comincio a gustare davvero il piacere per lo spazio aperto, a lungo rattrappito nella serrata vita di Kinshasa, e ad entrare in sintonia con un viaggio che ha il sapore particolare della scoperta di una storia.

Congo Deluxe

27 settembre 2015, Inkisi-Kisantu
Kisantu, la prima tappa del nostro viaggio verso l’oceano, dista poco più di 120 Km da Kinshasa. La si raggiunge facilmente sulla Route de Matadi, la strada nazionale N1, che a ovest collega la capitale con il porto marittimo del paese, Matadi, appunto.
La strada è buona, se non fosse per le abitudini di guida congolesi. Su tutto il percorso, come al solito, si incontrano macchine e camion stracolmi di merci e gente, delle incerte piramidi di sacchi di manioca, carbone o banane plantains coronate da incoscienti viaggiatori precariamente accomodati. Spesso questi zigurat semoventi procedono lentamente, a volte in mezzo alla strada, parzialmente contromano, per paura di rovesciarsi a causa dell’inclinazione laterale della carreggiata. Spesso si rovesciano, o ancor più di frequente si guastano, fermandosi nel punto in cui si trovano. La strada quindi è punteggiata di relitti arrugginiti e soprattutto di mezzi in sosta obbligata coronati da un capannello di gente in paziente attesa di un’imprevedibile soluzione.

Nei dintorni di Kisantu non ci sono molti posti dove pernottare, o per lo meno non molti che si prestino alle esigenze europee. Ci fermiamo nell’unico su cui abbiamo informazioni, il “Mbuela Lodge”, un esteso insediamento alberghiero ben organizzato. Ci sono camere standard (come quella che occupiamo noi), alloggi vips, e sistemazioni in tenda (forniscono delle solide tende spaziose con materasso, a lato di un complesso di servizi pulito e in ordine; credo che la prossima volta sceglieremo questa soluzione). Disseminate tra le casette degli alloggi l’albergo dispone anche di una piscina, un minigolf, una discoteca, un bar all’aperto, due scacchiere giganti (prima attrazione dei nostri figli), un surreale parco giochi e un buon numero di pavoni starnazzanti a spasso sulla pelouse.
Ancora una volta mi sorprende l’idea di lusso congolese, o forse, sarebbe meglio dire, la differente posizione che gli elementi di un ambiente assumono nella scala di valori congolese rispetto a quella (assolutamente euro/italo-centrica) a cui sono abituata.
Le camere sono in ordine e pulite, arredate e corredate con materiali cinesi di scarsa qualità, che, oltre a qualche piccolo inconveniente (doccini che non stanno in posizione, luci che non funzionano, …) conferiscono all’insieme un’aria un po’ decadente. Un nostrano albergo a 3 stelle non troppo allegro. Ma qui, ne siamo coscienti, siamo i privilegiati fruitori di un servizio d’élite (e il portafogli è d’accordo con questa lettura!).
Le parti comuni e i giardini sono curati attentamente, con quel particolare gusto per la minuzia e la separazione tra elementi che ho visto solo nelle aiole dell’Africa centrale; ma tra praticelli, bordure e siepi non esiste alcuna pianificazione dei percorsi: per raggiungere il porticato su cui si affacciano le camere si deve attraversare in diagonale un aiola, per arrivare al ristorante all’aperto è necessario calpestare la moquette delle piste del minigolf, per entrare nel grande recinto del parco giochi bisogna percorrerne tutto il perimetro per scoprire, finalmente sul lato più distante da tutto, una piccola apertura nella rete.
Sembra non vi sia stato alcun pensiero d’insieme, ma solo la predisposizione autonoma di singole parti, giustapposte in gran quantità l’una affianco all’altra. Abbondanza piuttosto che cura, sfarzo piuttosto che efficienza.

Meglio di ogni descrizione due immagini raccontano il mio Congo Deluxe.
La prima istantanea è notturna. Al Mbuela Lodge arriviamo che è quasi buio, il cartello che indica la svolta a sinistra sulla strada principale è piccolo e poco visibile, ma sappiamo di non esserci sbagliati perché un’immensa distesa di luci ci accoglie fin dal viale d’ingresso. Lampioni disseminati in filari regolari nel nulla, luci basse a segnare il percorso, pendagli di lucine intermittenti appese agli alberi. Probabilmente il Mbuela Lodge consuma da solo l’80% dell’energia elettrica della zona, in un paese dove la stragrande maggioranza di persone per rischiarare le proprie serate si accontenta di un lumino a petrolio.
La seconda immagine è illuminata dal cielo bianco delle mattine tropicali. Dopo colazione i bambini vogliono assolutamente visitare il parco giochi, un’immensa spianata recintata, fitta di traballanti giochi di plastica dai colori sgargianti – anche questi di produzione cinese –, affacciata sulle deserte colline del Bas Congo. Il contrasto tra l’ambiente naturale e la plastica abbondanza toglie il fiato. Un paesaggio sospeso, fuori da qualsiasi coerenza, che non posso fare a meno di fotografare, sentendomi un (indegno) emulo di Ghirri nell’era delle foto da cellulare.

Così mi appare spesso questo paese: in precario equilibrio in un tempo immobile e mestamente quieto, mascherato dietro un’abbondanza di rumori, movimenti e colori in eterna ripetizione. Un paese che corre, urla e si sbraccia, senza muoversi dal suo posto.