L’ibisco viola

Chimamanda Ngozi Adichie
Einaudi, Torino 2012

Chimamanda_IbiscoRomanzo di esordio della scrittrice nigeriana, che io però ho letto, in ordine inverso, come ultimo del mio personale trittico-Chimamanda; e forse è stato bene così, perché se lo avessi letto per primo non so se avrei completato la triade.

Una storia cupa, raccontata bene, ma con quella sovrabbondanza di elementi – a mio avviso eccessiva – che caratterizza le opere prime, come se l’autore temesse di trascurare di raccontare un’indispensabile parte di sé, come se dovesse esserci per forza tutto nel timore che non ci siano altre occasioni, come se le storie non fossero per loro natura parziali spiragli su piccoli mondi.
È successo anche a me, che pur di romanzi non ne ho mai scritti, quando mi sembrava che qualsiasi uccellino posato su un filo della luce o qualsiasi foglia secca caduta da un albero fosse un’incontestabile allusione alla mia tesi di dottorato.

In ogni caso, anche questa volta, Chimamanda Ngozi Adichie riesce a tratteggiare con abilità e delicatezza il quadro storico di un paese in trasformazione (la Nigeria post-indipendenza) attraverso i gesti ignari dei suoi protagonisti ‘qualunque’, aiutandoci a conoscere una di quelle storie con la ‘s’ minuscola senza le quali la ‘S’ maiuscola non sarebbe mai scritta.

Come spesso mi accade mi colpisce un trafiletto sulla quarta di copertina, qui firmato dall’illustre premio Nobel sudafricano J. M. Coetzee, che parla della “storia delicata e toccante di un bambino” … peccato che la protagonista del libro sia indiscutibilmente una ragazzina di 15 anni. Secondo voi questi autorevoli commentatori leggono davvero i libri di cui parlano?

Congo

David van Reybrouck
Feltrinelli, Milano 2012

Congo_cover“Una storia monumentale, più eccitante di qualunque romanzo”. Così il quotdiano olandese NRC Handelsblad recensisce questo libro sulla quarta di copertina, ed ha proprio ragione. Più di 650 pagine avvincenti, che raccontano la storia di un immenso paese come se si trattasse di quella del protagonista di un romanzo di formazione impegnato nell’espressione di se stesso.

Ho letto questo libro una volta e mezzo, perché quando ero arrivata circa a metà è successo qualcosa di rilevante: in Congo ci sono andata in prima persona! E mi sono resa conto che lette da questa prospettiva molte cose avevano un sapore piuttosto diverso, chiaramente più realistico ed intenso, come se il mio spostamento le avesse sottratte dal campo della conoscenza per metterle in quello della vita vissuta.
Quando sono arrivata a Muanda l’ho visto coi miei occhi quell’oceano marrone per centinaia di chilometri al largo della costa, dove il grande fiume riversa i detriti che ha portato con sé attraverso tutto il paese. Mentre osservavo quel paesaggio preistorico, messo in dubbio solo dai fuochi delle piattaforme petrolifere in lontananza, non è stato difficile immaginarsi come uno dei primi europei arrivati da queste parti, ma nemmeno come un congolese ante litteram, che quegli stranieri li ha visti arrivare, chiedendosi probabilmente da che mondo fossero caduti.
O ancora, credo che non potrete mai capire cosa significa la musica da queste parti senza vedere la fierezza e la decisione con cui un qualsiasi congolese interrogato su Werrason vi risponde “è mio fratello!”.

Solo una grande capacità, in grado di coniugare l’accuratezza estrema della ricerca scientifica e la ricchezza delle fonti con la leggerezza di una storia raccontata dal punto di vista delle ‘persone qualunque’, può portare alla scrittura di un libro così.
In “Congo” troverete le vicende degli ‘eroi’ solo nel riflesso delle storie degli abitanti ‘ordinari’. Un grande affresco di storia quotidiana, del modo ‘vero’ in cui si vivono le guerre, le migrazioni, le malattie o, semplicemente, una vita qualunque.

 

Metà di un sole giallo

Chimamanda Ngozi Adichie
Einaudi, Torino 2010

Chimamanda_Metà_soleQuesto è il terzo libro che leggo della scrittrice nigeriana di etnia igbo. Ne specifico l’etnia, perché lei stessa ci tiene a ricordarlo e perché nei suoi scritti l’identità etnica è una cornice sempre presente, anche quando apparentemente ci si occupa di tutt’altro.
In questo libro lo è più che altrove, fino a diventare, all’apice delle vicende, il perno del racconto.

Per tutta la prima parte del libro mi sono chiesta a cosa si riferisse il titolo, per poi scoprire, a metà lettura, che la metà superiore di un sole giallo era il simbolo della Repubblica del Biafra, la regione autoproclamatasi independente dalla Nigeria che fu teatro alla fine degli anni Sessanta di una drammatica guerra civile.
Questo è lo sfondo della vicenda: la storia di una guerra africana, tratteggita in pochi gesti nelle sue dinamiche principali e poi colorata minuziosamente coi dettagli di vita quotidiana in cui si vive la tragedia di qualsiasi guerra.

Come ogni storia ben raccontata, questo libro si presta al dialogo coi suoi lettori, che potranno scegliere come leggerlo. Alcuni, per esempio, forse lo leggeranno con un approccio storico, come la storia di quel conflitto. Io, in modo più conforme alla mia sensibilità, ho messo il conflitto sullo sfondo, come occasione per un continuo rimando alla necessità di una visione plurale.
D’altra parte la stessa struttura narrativa scelta dalla scrittrice (ma anche la decisione di includere tra i protagonisti due sorelle gemelle apparentemente antitetiche per aspetto e carattere) alterna le voci di tre personaggi, protagonisti diversi di una storia comune. Un artificio narrativo difficile da sostenere, ma qui riuscito a tal punto da permettere di affezionarsi anche a personaggi che non prendono mai la parola in qrima persona, e da lasciarli con una certa malinconia.

Per approfondire:
chimamanda.com | Il sito di Chimamanda Ngozi Adichie
Biafra
Guerra civile in Nigeria