studenti

Il faut se tropicaliser #1

29 ottobre 2015, Kinshasa
Prima lezione all’I.S.A.U., Institut Superior d’Architecture et Urbanisme, corso di progettazione architettonica, primo anno.
Come sempre ero un po’ agitata prima di entrare in aula e come sempre l’agitazione è passata quando ho cominciato a parlare e mi sono lasciata trasportare dalla voglia di comunicare con gli studenti.
Per oggi il programma prevedeva solo una breve descrizione dei contenuti del corso e della sua filosofia. Ho preparato una semplice presentazione, con parole chiave e qualche immagine da commentare; l’ho preparata in fretta, ma con una certa cura, scegliendo immagini che potessero raccontare il mio punto di vista sulla progettazione e sul lavoro che mi piacerebbe fare quest’anno con gli studenti (quadri di Maludi – pittore congolese che dipinge persone, città e oggetti di vita quotidiana fusi in un’unica intricata trama; schizzi di De Carlo; immagini tratte da diari di viaggio, …). Ho portato il videoproiettore, assicurandomi la sera prima che tutto funzionasse. Ma in aula non c’è stato modo di utilizzarlo. Nessuna parete chiara su cui proiettare (la parete di fondo è occupata da due grandi lavagne verde scuro), troppa luce (le pareti laterali sono interamente finestrate, senza alcun sistema oscurante) e, soprattutto, troppa gente: circa 500 testoline nere stipate in un aula che potrebbe ospitarne comodamente solo un decimo.
Muovendomi a fatica nel metro quadrato lasciato libero per i professori sono andata a braccio, sforzandomi di superare con mimica e pause i miei ancora grandi limiti linguistici.
Tutto sommato credo che qualcosa del mio discorso sia arrivato a destinazione, per lo meno tra le prime dieci file.

A dire il vero quella di oggi non è stata la mia prima lezione. Lo scorso lunedì, seguendo inconsciamente chissà quale presagio, sono passata all’I.S.A.U. dopo gli appuntamenti della mattina. Mi ha fermato un assistente dicendomi che mi attendevano in sala professori: gli studenti sono in aula, il corso deve cominciare.
Me la sono cavata con un giro di presentazioni reciproche e con un esercizio ex tempore (disegna la tua casa con attenzione al suo funzionamento e al contesto) mutuato dal mio amico Alessandro (grazie!).
Nessuno si è preoccupato di avvisarmi che quel lunedì fosse previsto l’inizio del corso assegnatomi, così come nelle settimane precedenti nessuno è stato in grado di dirmi che corso mi avrebbero assegnato, se non all’ultimo momento (due giorni prima dell’inizio delle lezioni), a seguito della mia ennesima richiesta.

La mia pur breve storia con l’I.S.A.U. è già costellata di malintesi, non detti e regole che si suppongono implicite anche per chi per la prima volta cammina su quel terreno.
Dal mio ritorno a Kinshasa, in agosto, sono passata ogni venerdì negli uffici della sezione urbanistica e in quelli della sezione architettura a chiedere del mio eventuale futuro di insegnamento ed ogni volta ho raccolto solo un generico “sì, sì, Madame, avrà sicuramente un corso, ma ancora non sappiamo quale”, per poi ritrovarmi gettata nella mischia, con 500 studenti da gestire e poche idee su come farlo.
Débrouillez vous! (arrangiatevi!), suggerisce un noto detto congolese riassumendo l’implicita filosofia di sopravvivenza su cui il Congo edifica se stesso giorno per giorno.

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