aula

Il faut se tropicaliser #2

Quando finalmente, in occasione del mio ultimo pellegrinaggio del venerdì all’I.S.A.U., il direttore della sezione architettura mi ha detto che mi avrebbero assegnato il corso di progettazione al primo anno e che, nonostante non ci fossero ancora né un calendario, né un orario, né un programma di massima, sapevano che io sarei stata a loro completa disposizione, mi sono un po’ scaldata. Ho alzato la voce come di rado mi succede, sfoderando un francese fluente di rabbia. Il direttore s’è fatto piccolo piccolo sulla sua sedia di plastica azzurra ed è riuscito solo a mormorare un “Je m’excuse, Madame”, ma subito dopo mi ha fermato sulla porta per chiarire il suo punto di vista: “Madame, il faut se tropicalizer!”.

Oggi, dopo la mia prima ‘vera’ lezione, sono uscita dall’aula ancora un po’ confusa rispetto al futuro del corso, ma pur soddisfatta per aver finalmente l’occasione di dedicarmi a un’occupazione che mi appaga come poche altre.
Un anziano professore mi ha fermato nel corridoio per commentare il corso, spiegandomi con parole affettate che dovrei vestirmi “più convenientemente” (e chi mi conosce può immaginare quanto sia stato ‘provocante’ il mio abbigliamento!). Pare che quando ho alzato il braccio per scrivere alla lavagna la mia maglietta abbia scoperto un triangolino di pelle sopra la cintura – così hanno riferito gli assistenti, uomini fatti ed esperti che non hanno trovato il coraggio per dirmi direttamente che il costume congolese vuole che la donna sposata non mostri parti di pelle che non siano braccia, polpacci e viso (e mi piace pensare che non l’abbiano trovato perché in fondo in fondo si rendono conto dell’ingiustizia di quel riferimento al matrimonio e al diverso trattamento riservato alla donna).
In ogni caso questo è stato il solo commento ai miei sforzi didattici.
Me la sono presa un po’ e me ne sono pentita subito dopo. Trovo inaccettabile che le cose non mi vengano dette direttamente (ho chiarito il punto agli assistenti, non so ancora con quale risultato), ma non c’è motivo per cui non debba rispettare i costumi locali, a patto che il rispetto si possa tradurre in discussione e non in placida accettazione.

Sono certa che col passare del tempo mi tropicalizzerò almeno un po’, così come consiglia il mellifluo direttore, ma solo nella misura in cui i miei interlocutori saranno disponibili ad accogliere anche il mio punto di vista, mentre mi offrono il proprio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *