kin_tramonto

Un giorno qualunque

16 ottobre 2015, Kinshasa
Il venerdì è il mio giorno della settimana off, ovvero il giorno in cui cerco di tenermi libera da eccessivi impegni lavorativi per sbrigare “le mie faccende” (curare l’orto, mettere a posto la casa, scrivere, studiare, …).
Oggi è venerdì. Ci siamo alzati come sempre alle 6. Marco sveglia i bambini e li mette a tavola per la colazione, mentre io faccio la doccia, mi vesto e preparo i vestiti e le sacche dell’asilo. Finiamo di fare colazione assieme, poi Marco veste se stesso e Leo e io metto Olivia sul vasino, la lavo e la vesto. Tra le 7,25 e le 7,35 siamo in macchina. Ogni giorno, uguale al precedente e al successivo, con l’unica variante del traffico, che in quei dieci minuti in più o in meno può farsi da discretamente scorrevole ad assolutamente bloccato.
Prima tappa l’asilo di Olivia: baci, saluti e riti di inizio giornata. Seconda tappa – ma solo oggi – medico, per verificare che i miei parassiti intestinali abbiano sloggiato (lo hanno fatto, pare!). Terza tappa asilo di Leo: baci, saluti e riti di buon inizio. Quarta tappa ufficio di Marco, per lui può cominciare la giornata lavorativa; sono le 8,15.
Ora può cominciare anche la mia giornata, ma devo ancora perdere un po’ di tempo, perché in cantiere ho appuntamento solo alle 9,00, quindi: caffè chez Kaiser, uno dei due posti di Kinshasa dove è possibile berne di decente.
Alle 9,00 sono nella baracca di cantiere al Palais de Justice e del fabbro che dovrei vedere non c’è traccia. Discuto alcune cose con Fausto, l’impresario italiano incaricato dei lavori, e scopro da lui che il fabbro non ha ancora terminato il campione che dovrei verificare, lo porterà tra le 13,00 e le 14,00. Me ne vado in ufficio a stampare 4 copie delle tavole definitive (?) di questo progetto ingiustificatamente infinito.
A mezzogiorno sono a casa, dopo una rapida spesa al supermercato. Mando la babysitter a prendere i bambini e intanto faccio una torta allo yogurt, mangio una banana plantain e un pacchetto di biscotti, cucio un pezzo di tenda per la camera degli ospiti e discuto con Rofils alcune faccende domestiche.
Alle 13,30 sono di nuovo in cantiere e del fabbro ancora non c’è traccia. Chiamo ripetutamente lui e il suo capo, fino a quando finalmente il secondo mi risponde dicendo che il campione è terminato, ma l’antiruggine ancora non è asciutto, per cui servirà ancora un po’ di tempo per terminare la verniciatura; per le 16, mi assicura, sarà pronto.
Un po’ scocciata vado in università, dove ho appuntamento con due studenti di Ferrara che sto accompagnando nell’elaborazione della loro tesi di laurea su un quartiere di Kinshasa. Una piacevole bolla di normalità ritagliata in un mutevole blob di stimoli confusi, un angolino in cui posso parlare la mia lingua (culturale prima di altro), sapendo di muovermi su un terreno almeno in parte condiviso. Scambiamo per poco più di un’ora nel baretto di Beaux Arts eletto a officina.
Alle 16,30 sono ancora, e ancora inutilmente, in cantiere. Qualche telefonata e un nuovo appuntamento per l’indomani mattina.
Alle 18,00 sono a casa. Gioco con i bambini mentre preparo la cena, cercando come sempre di inventarmi qualcosa per rallegrare un panorama alimentare di base piuttosto desolante.
Alle 19,30 siamo a tavola, alle 20,30 cominciamo a mettere a letto i bambini e a sistemare la cucina (io e Marco ci dividiamo a turno le due occupazioni).
Verso le dieci, dopo l’ennesima lettura de “Le avventure del papà scomparso”, chiude gli occhietti anche l’irriducibile Olivia. E io poco dopo di lei, perché la forza per fare altro proprio non rimane.
In fondo è stata una giornata rilassante, è venerdì.

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