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Palais de Justice: personaggi ed interpreti

13 ottobre 2015, Kinshasa

Il ministro
In questo paese regna una spiccata propensione alla ‘riunione continua’. Per parlare della sistemazione dei condizionatori oggetto del mio primo lavoro congolese (e di altri dettagli del generale progetto di ristrutturazione) viene indetta una riunione col ministro della giustizia. La riunione si conclude, come prevedibile, con l’indicazione di quantificare il costo delle varianti proposte e di verificare se possono rientrare nel budget disponibile. Nel frattempo io mi chiedo perché ho perso una mattinata – e con me le altre persone presenti nella sala riunioni, ministro in primis – per sapere quel che sapevo già. E mi rendo conto di aver vissuto per la prima volta in prima persona il ‘dramma’ professionale di cui mi racconta Marco quotidianamente, quando si lamenta di non poter lavorare ai progetti che porta avanti con la sezione infrastrutture della Delegazione della Commissione Europea a causa delle continue riunioni a cui deve assistere.
In Congo, tutti devono sapere tutto, o meglio, tutti devono essere presenti, perché la presenza – ben più della conoscenza – è indice di potere e dunque, in ultima istanza, di possibilità di sopravvivenza in un sistema apparentemente privo di altre ragioni di remunerazione.

L’architetto
L’architetto per cui lavoro è un personaggio interessante, ma soprattutto interessante è l’incontro/scontro culturale che la sua sfaccettata personalità mi pare ben rappresentare.
Congolese di mezza età, prima di trasferirsi in pianta stabile a Kinshasa, ha studiato e poi lavorato in Belgio, acquisendo una competenza che gli permette di spiccare in un panorama professionale purtroppo molto povero. E proprio qui sta l’altra faccia della medaglia, perché il personaggio in questione può spiccare qui come non potrebbe altrove, e non solo per il vantaggio che la sua formazione gli fornisce (privilegio di cui non godrebbe in un ambiente più competitivo), quanto piuttosto per la capacità di coniugare questo vantaggio con la rappresentazione della sua congolesitudine e di muoversi ‘a casa propria’ in un territorio di immaginari che nessuno ‘straniero’ potrebbe penetrare altrettanto a fondo.
Un uomo perfettamente adatto al suo luogo e al suo tempo, insomma, la cui occupazione prevalente è leggere la realtà e saperne mettere assieme i pezzi a proprio beneficio. Un buon ‘politico’, impegnato a tal punto sul fronte relazionale da aver bisogno di qualcuno (nella fattispecie io!) che faccia il lavoro per cui è nominalmente preposto.
C’è chi sostiene che questa capacità politica – in Congo come altrove – sia parte indispensabile del nostro lavoro, e probabilmente ha ragione; eppure rimango convinta che ci siano modi molto diversi di esercitarla, e quello dell’architetto in questione comincia da subito a starmi piuttosto antipatico.

L’avventuriero
Infine Fausto, senza dubbio il personaggio più interessante incontrato in quest’occasione. Italiano, titolare dell’impresa incaricata dei lavori di finitura del Palais de Justice, è in Congo – con alcune pause – da più di trent’anni. Una moglie all’attivo (hostess della Brussels Airlines, con la quale si incontra più o meno per un paio di giorni al mese, quando lei è di servizio sulla linea di Kinshasa) e due ex, di cui la seconda, madre dei suoi tre figli, era niente meno che la nipote di Mobutu.
La storia personale di Fausto attraversa in prima linea quella di questa parte di mondo: nella Repubblica Centrafricana negli anni in cui Bangui veniva apostrofata come la coquette come incaricato di traffici non meglio specificati tra Mobuto e Bocassa, poi fuggiasco (via fiume, su una piroga) a metà degli anni Novanta, per sottrarsi alle ripercussioni violente del declino del dittatore congolese, ha vissuto in Sudafrica e in altri paesi africani, con una spavalda capacità di reinventarsi che in apparenza quadra poco con la modestia e la disponibilità con cui racconta la sua storia.
È con Fausto che mi relaziono al Palais de Justice per mettere a punto progetto e capitolato, e il fatto di confrontarmi nella mia lingua, con una persona con cui posso condividere almeno qualche sottinteso, mi agevola non poco. Ed è Fausto, dall’alto della sua esperienza, che mi offre l’ennesimo sguardo pessimista su questo paese: “guardati intorno, qui si sistema fin dove arriva lo sguardo del ministro, tutto il resto rimane sommerso dalla pattumiera. E poi tanto tra qualche mese sarà di nuovo tutto distrutto e quel ministro lo troveremo sul boulevard a fare il tassista per 500 franchi a corsa. Ah, il Congo è così, un giorno ministro, il giorno seguente straccione…”.

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