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Baobab

12 ottobre 2015, Kinshasa
Quando siamo arrivati nei pressi di Boma pensavo di aver visto lungo la strada il primo baobab della mia vita. Ma mi sbagliavo. Un esemplare di questa bella specie, albero accogliente e gentile, anche se spesso spoglio e imponente, si trova proprio nel cortile del Palais de Justice, il mio primo cantiere congolese.
Al Palais de Justice di Kinshasa stanno terminando di dipingere il maestoso portico d’ingresso. Nel container che fa da baracca di cantiere fa quasi freddo da quanto hanno pompato l’aria condizionata e l’odore è sempre un misto di chiuso, sporcizia, umidità e fumo di sigaretta.
Qui sono entrata in contatto per la prima volta con l’ambiente di cantiere congolese. Come in altri contesti in questo paese ci sono aspetti che mi sono certamente alieni, a partire dal gran numero di persone con ruolo imprecisato che partecipano all’impresa: un ragazzetto incaricato di prendere misure per chi ne avesse bisogno, un ingegnere costantemente impegnato in complicati conteggi (rigorosamente a mano), personaggi vari seduti apparentemente inoperosi sulle improvvisate panche di legno davanti alla baracca. Ci metto un po’ a mettere in ordine i ruoli e a capire le relazioni.

Sono arrivata qui come consulente dell’architetto congolese incaricato della ristrutturazione del palazzo. Una rapida visita al cantiere, brevi indicazioni sui quesiti progettuali (trovare un sistema per il posizionamento delle unità esterne di condizionamento in modo da non riprodurre l’attuale selva di fili volanti e di gocciolii in facciata) e pronti via, gettata nella mischia. Inventati una soluzione, trovati i referenti, quantificala e falla approvare dal committente. Un po’ spiazzante per una piccola amanuense dell’architettura come me, che in genere non mette mano ad alcun progetto prima di aver rilevato anche l’ultimo chiodo e di avere chiare tutte le figure coinvolte nell’impresa. Dunque un’ottima scuola, tutto sommato, per imparare ad economizzare risorse e a commisurare l’impegno alle richieste!
Alla fine ne uscirà una proposta discreta, l’unica plausibile, mi pare, con le scarse risorse economiche e competenze a disposizione, frutto di numerosi sopralluoghi e altrettante numerose ipotesi, che lentamente mi iniziano alla labirintica vita del palazzo.

L’edificio, costruito in epoca coloniale, sembra pensato per un altro luogo e un altro tempo. Agli angoli dei corridoi e sui davanzali si accumula la pattumiera. Sull’ampia scalinata principale un omino spazza distrattamente cumuli di polvere che sembrano non avere intenzione di sloggiare. Sul retro del palazzo un cordolo sottile, a pochi metri dalla facciata, allude all’antica presenza di un’aiola fiorita. Nello stesso cortile, montagne di pattumiera e di veicoli abbandonati (automobili arrugginite, barche ammuffite, una piroga semi sfondata), che scopro essere esito di confische giudiziarie.

Eleganti uomini togati, vistose impiegate e commessi inoperosi si aggirano sicuri in un labirinto le cui parti eterogenee sembrano giustapposte senza logica né gerarchie apparenti. Quattro scrivanie sommerse di carta compaiono inaspettatamente dove chiunque abbia un po’ di confidenza con il linguaggio architettonico si aspetterebbe una batteria di servizi igienici. Una scala secondaria conduce ad un angolo di uffici separati da pareti mobili in alluminio e pannelli fonoassorbenti, un piccolo antro anni Settanta nel ventre di un grosso animale coloniale, nel quale non so assolutamente come orientarmi, al punto da dovermi far accompagnare per tornare da dove vengo. Una stretta scala a chiocciola metallica, relegata dietro una porticina grigia, porta all’archivio del tribunale, certamente il luogo più suggestivo che mi capita di visitare e anche quello che meglio riassume la discrepanza tra il lavoro che sto facendo e la realtà del luogo che ne è oggetto.
Migliaia di faldoni, accumulati, accatastati, abbandonati. Cammino letteralmente su un pavimento di documenti. In un angolo parzialmente sgombro una sola scrivania ed una sola impiegata (come sempre apparentemente in standby), che quasi mi aggredisce denunciando la condizione estrema a cui la costringe il suo ambiente di lavoro. Più delle sue rimostranze – in effetti difficili da biasimare – mi stupisce il loro contenuto: “non ho nemmeno le tende!”.
Fatico un po’ a collocare la mia posizione nell’edificio e ancor più a spiegare all’incalzante signora che non ho nessun potere decisionale riguardo alle strategie di investimento per la ristrutturazione del palazzo e che comunque, purtroppo, per la parte di edificio in cui si trova è prevista solo la sistemazione delle facciate.

Fuori dall’angusto labirinto mi attende il baobab. A suoi piedi il consueto pavimento di bottigliette schiacciate e sacchetti di plastica e un piccolo rubinetto, che fornisce l’acqua alla numerosa e varia popolazione che staziona nei pressi del palazzo. Mentre lo osservo affascinata un paio di passanti mi chiedono se lo taglieremo (noi lo taglieremo? Noi chi, per altro?). Quando rispondo che lo stavo semplicemente ammirando e che (non so noi, ma io) non mi sognerei mai di abbattere una pianta tanto bella e antica, se ne vanno muti con aria delusa. Zola, il nostro autista, è d’accordo con loro: un albero così grande occupa spazio e potrebbe cadere sulla testa dei passanti.
Come sono straniera… spazio alla pattumiera!

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