Il faut se tropicaliser #2

Quando finalmente, in occasione del mio ultimo pellegrinaggio del venerdì all’I.S.A.U., il direttore della sezione architettura mi ha detto che mi avrebbero assegnato il corso di progettazione al primo anno e che, nonostante non ci fossero ancora né un calendario, né un orario, né un programma di massima, sapevano che io sarei stata a loro completa disposizione, mi sono un po’ scaldata. Ho alzato la voce come di rado mi succede, sfoderando un francese fluente di rabbia. Il direttore s’è fatto piccolo piccolo sulla sua sedia di plastica azzurra ed è riuscito solo a mormorare un “Je m’excuse, Madame”, ma subito dopo mi ha fermato sulla porta per chiarire il suo punto di vista: “Madame, il faut se tropicalizer!”.

Oggi, dopo la mia prima ‘vera’ lezione, sono uscita dall’aula ancora un po’ confusa rispetto al futuro del corso, ma pur soddisfatta per aver finalmente l’occasione di dedicarmi a un’occupazione che mi appaga come poche altre.
Un anziano professore mi ha fermato nel corridoio per commentare il corso, spiegandomi con parole affettate che dovrei vestirmi “più convenientemente” (e chi mi conosce può immaginare quanto sia stato ‘provocante’ il mio abbigliamento!). Pare che quando ho alzato il braccio per scrivere alla lavagna la mia maglietta abbia scoperto un triangolino di pelle sopra la cintura – così hanno riferito gli assistenti, uomini fatti ed esperti che non hanno trovato il coraggio per dirmi direttamente che il costume congolese vuole che la donna sposata non mostri parti di pelle che non siano braccia, polpacci e viso (e mi piace pensare che non l’abbiano trovato perché in fondo in fondo si rendono conto dell’ingiustizia di quel riferimento al matrimonio e al diverso trattamento riservato alla donna).
In ogni caso questo è stato il solo commento ai miei sforzi didattici.
Me la sono presa un po’ e me ne sono pentita subito dopo. Trovo inaccettabile che le cose non mi vengano dette direttamente (ho chiarito il punto agli assistenti, non so ancora con quale risultato), ma non c’è motivo per cui non debba rispettare i costumi locali, a patto che il rispetto si possa tradurre in discussione e non in placida accettazione.

Sono certa che col passare del tempo mi tropicalizzerò almeno un po’, così come consiglia il mellifluo direttore, ma solo nella misura in cui i miei interlocutori saranno disponibili ad accogliere anche il mio punto di vista, mentre mi offrono il proprio.

Il faut se tropicaliser #1

29 ottobre 2015, Kinshasa
Prima lezione all’I.S.A.U., Institut Superior d’Architecture et Urbanisme, corso di progettazione architettonica, primo anno.
Come sempre ero un po’ agitata prima di entrare in aula e come sempre l’agitazione è passata quando ho cominciato a parlare e mi sono lasciata trasportare dalla voglia di comunicare con gli studenti.
Per oggi il programma prevedeva solo una breve descrizione dei contenuti del corso e della sua filosofia. Ho preparato una semplice presentazione, con parole chiave e qualche immagine da commentare; l’ho preparata in fretta, ma con una certa cura, scegliendo immagini che potessero raccontare il mio punto di vista sulla progettazione e sul lavoro che mi piacerebbe fare quest’anno con gli studenti (quadri di Maludi – pittore congolese che dipinge persone, città e oggetti di vita quotidiana fusi in un’unica intricata trama; schizzi di De Carlo; immagini tratte da diari di viaggio, …). Ho portato il videoproiettore, assicurandomi la sera prima che tutto funzionasse. Ma in aula non c’è stato modo di utilizzarlo. Nessuna parete chiara su cui proiettare (la parete di fondo è occupata da due grandi lavagne verde scuro), troppa luce (le pareti laterali sono interamente finestrate, senza alcun sistema oscurante) e, soprattutto, troppa gente: circa 500 testoline nere stipate in un aula che potrebbe ospitarne comodamente solo un decimo.
Muovendomi a fatica nel metro quadrato lasciato libero per i professori sono andata a braccio, sforzandomi di superare con mimica e pause i miei ancora grandi limiti linguistici.
Tutto sommato credo che qualcosa del mio discorso sia arrivato a destinazione, per lo meno tra le prime dieci file.

A dire il vero quella di oggi non è stata la mia prima lezione. Lo scorso lunedì, seguendo inconsciamente chissà quale presagio, sono passata all’I.S.A.U. dopo gli appuntamenti della mattina. Mi ha fermato un assistente dicendomi che mi attendevano in sala professori: gli studenti sono in aula, il corso deve cominciare.
Me la sono cavata con un giro di presentazioni reciproche e con un esercizio ex tempore (disegna la tua casa con attenzione al suo funzionamento e al contesto) mutuato dal mio amico Alessandro (grazie!).
Nessuno si è preoccupato di avvisarmi che quel lunedì fosse previsto l’inizio del corso assegnatomi, così come nelle settimane precedenti nessuno è stato in grado di dirmi che corso mi avrebbero assegnato, se non all’ultimo momento (due giorni prima dell’inizio delle lezioni), a seguito della mia ennesima richiesta.

La mia pur breve storia con l’I.S.A.U. è già costellata di malintesi, non detti e regole che si suppongono implicite anche per chi per la prima volta cammina su quel terreno.
Dal mio ritorno a Kinshasa, in agosto, sono passata ogni venerdì negli uffici della sezione urbanistica e in quelli della sezione architettura a chiedere del mio eventuale futuro di insegnamento ed ogni volta ho raccolto solo un generico “sì, sì, Madame, avrà sicuramente un corso, ma ancora non sappiamo quale”, per poi ritrovarmi gettata nella mischia, con 500 studenti da gestire e poche idee su come farlo.
Débrouillez vous! (arrangiatevi!), suggerisce un noto detto congolese riassumendo l’implicita filosofia di sopravvivenza su cui il Congo edifica se stesso giorno per giorno.

Un giorno qualunque

16 ottobre 2015, Kinshasa
Il venerdì è il mio giorno della settimana off, ovvero il giorno in cui cerco di tenermi libera da eccessivi impegni lavorativi per sbrigare “le mie faccende” (curare l’orto, mettere a posto la casa, scrivere, studiare, …).
Oggi è venerdì. Ci siamo alzati come sempre alle 6. Marco sveglia i bambini e li mette a tavola per la colazione, mentre io faccio la doccia, mi vesto e preparo i vestiti e le sacche dell’asilo. Finiamo di fare colazione assieme, poi Marco veste se stesso e Leo e io metto Olivia sul vasino, la lavo e la vesto. Tra le 7,25 e le 7,35 siamo in macchina. Ogni giorno, uguale al precedente e al successivo, con l’unica variante del traffico, che in quei dieci minuti in più o in meno può farsi da discretamente scorrevole ad assolutamente bloccato.
Prima tappa l’asilo di Olivia: baci, saluti e riti di inizio giornata. Seconda tappa – ma solo oggi – medico, per verificare che i miei parassiti intestinali abbiano sloggiato (lo hanno fatto, pare!). Terza tappa asilo di Leo: baci, saluti e riti di buon inizio. Quarta tappa ufficio di Marco, per lui può cominciare la giornata lavorativa; sono le 8,15.
Ora può cominciare anche la mia giornata, ma devo ancora perdere un po’ di tempo, perché in cantiere ho appuntamento solo alle 9,00, quindi: caffè chez Kaiser, uno dei due posti di Kinshasa dove è possibile berne di decente.
Alle 9,00 sono nella baracca di cantiere al Palais de Justice e del fabbro che dovrei vedere non c’è traccia. Discuto alcune cose con Fausto, l’impresario italiano incaricato dei lavori, e scopro da lui che il fabbro non ha ancora terminato il campione che dovrei verificare, lo porterà tra le 13,00 e le 14,00. Me ne vado in ufficio a stampare 4 copie delle tavole definitive (?) di questo progetto ingiustificatamente infinito.
A mezzogiorno sono a casa, dopo una rapida spesa al supermercato. Mando la babysitter a prendere i bambini e intanto faccio una torta allo yogurt, mangio una banana plantain e un pacchetto di biscotti, cucio un pezzo di tenda per la camera degli ospiti e discuto con Rofils alcune faccende domestiche.
Alle 13,30 sono di nuovo in cantiere e del fabbro ancora non c’è traccia. Chiamo ripetutamente lui e il suo capo, fino a quando finalmente il secondo mi risponde dicendo che il campione è terminato, ma l’antiruggine ancora non è asciutto, per cui servirà ancora un po’ di tempo per terminare la verniciatura; per le 16, mi assicura, sarà pronto.
Un po’ scocciata vado in università, dove ho appuntamento con due studenti di Ferrara che sto accompagnando nell’elaborazione della loro tesi di laurea su un quartiere di Kinshasa. Una piacevole bolla di normalità ritagliata in un mutevole blob di stimoli confusi, un angolino in cui posso parlare la mia lingua (culturale prima di altro), sapendo di muovermi su un terreno almeno in parte condiviso. Scambiamo per poco più di un’ora nel baretto di Beaux Arts eletto a officina.
Alle 16,30 sono ancora, e ancora inutilmente, in cantiere. Qualche telefonata e un nuovo appuntamento per l’indomani mattina.
Alle 18,00 sono a casa. Gioco con i bambini mentre preparo la cena, cercando come sempre di inventarmi qualcosa per rallegrare un panorama alimentare di base piuttosto desolante.
Alle 19,30 siamo a tavola, alle 20,30 cominciamo a mettere a letto i bambini e a sistemare la cucina (io e Marco ci dividiamo a turno le due occupazioni).
Verso le dieci, dopo l’ennesima lettura de “Le avventure del papà scomparso”, chiude gli occhietti anche l’irriducibile Olivia. E io poco dopo di lei, perché la forza per fare altro proprio non rimane.
In fondo è stata una giornata rilassante, è venerdì.

Palais de Justice: personaggi ed interpreti

13 ottobre 2015, Kinshasa

Il ministro
In questo paese regna una spiccata propensione alla ‘riunione continua’. Per parlare della sistemazione dei condizionatori oggetto del mio primo lavoro congolese (e di altri dettagli del generale progetto di ristrutturazione) viene indetta una riunione col ministro della giustizia. La riunione si conclude, come prevedibile, con l’indicazione di quantificare il costo delle varianti proposte e di verificare se possono rientrare nel budget disponibile. Nel frattempo io mi chiedo perché ho perso una mattinata – e con me le altre persone presenti nella sala riunioni, ministro in primis – per sapere quel che sapevo già. E mi rendo conto di aver vissuto per la prima volta in prima persona il ‘dramma’ professionale di cui mi racconta Marco quotidianamente, quando si lamenta di non poter lavorare ai progetti che porta avanti con la sezione infrastrutture della Delegazione della Commissione Europea a causa delle continue riunioni a cui deve assistere.
In Congo, tutti devono sapere tutto, o meglio, tutti devono essere presenti, perché la presenza – ben più della conoscenza – è indice di potere e dunque, in ultima istanza, di possibilità di sopravvivenza in un sistema apparentemente privo di altre ragioni di remunerazione.

L’architetto
L’architetto per cui lavoro è un personaggio interessante, ma soprattutto interessante è l’incontro/scontro culturale che la sua sfaccettata personalità mi pare ben rappresentare.
Congolese di mezza età, prima di trasferirsi in pianta stabile a Kinshasa, ha studiato e poi lavorato in Belgio, acquisendo una competenza che gli permette di spiccare in un panorama professionale purtroppo molto povero. E proprio qui sta l’altra faccia della medaglia, perché il personaggio in questione può spiccare qui come non potrebbe altrove, e non solo per il vantaggio che la sua formazione gli fornisce (privilegio di cui non godrebbe in un ambiente più competitivo), quanto piuttosto per la capacità di coniugare questo vantaggio con la rappresentazione della sua congolesitudine e di muoversi ‘a casa propria’ in un territorio di immaginari che nessuno ‘straniero’ potrebbe penetrare altrettanto a fondo.
Un uomo perfettamente adatto al suo luogo e al suo tempo, insomma, la cui occupazione prevalente è leggere la realtà e saperne mettere assieme i pezzi a proprio beneficio. Un buon ‘politico’, impegnato a tal punto sul fronte relazionale da aver bisogno di qualcuno (nella fattispecie io!) che faccia il lavoro per cui è nominalmente preposto.
C’è chi sostiene che questa capacità politica – in Congo come altrove – sia parte indispensabile del nostro lavoro, e probabilmente ha ragione; eppure rimango convinta che ci siano modi molto diversi di esercitarla, e quello dell’architetto in questione comincia da subito a starmi piuttosto antipatico.

L’avventuriero
Infine Fausto, senza dubbio il personaggio più interessante incontrato in quest’occasione. Italiano, titolare dell’impresa incaricata dei lavori di finitura del Palais de Justice, è in Congo – con alcune pause – da più di trent’anni. Una moglie all’attivo (hostess della Brussels Airlines, con la quale si incontra più o meno per un paio di giorni al mese, quando lei è di servizio sulla linea di Kinshasa) e due ex, di cui la seconda, madre dei suoi tre figli, era niente meno che la nipote di Mobutu.
La storia personale di Fausto attraversa in prima linea quella di questa parte di mondo: nella Repubblica Centrafricana negli anni in cui Bangui veniva apostrofata come la coquette come incaricato di traffici non meglio specificati tra Mobuto e Bocassa, poi fuggiasco (via fiume, su una piroga) a metà degli anni Novanta, per sottrarsi alle ripercussioni violente del declino del dittatore congolese, ha vissuto in Sudafrica e in altri paesi africani, con una spavalda capacità di reinventarsi che in apparenza quadra poco con la modestia e la disponibilità con cui racconta la sua storia.
È con Fausto che mi relaziono al Palais de Justice per mettere a punto progetto e capitolato, e il fatto di confrontarmi nella mia lingua, con una persona con cui posso condividere almeno qualche sottinteso, mi agevola non poco. Ed è Fausto, dall’alto della sua esperienza, che mi offre l’ennesimo sguardo pessimista su questo paese: “guardati intorno, qui si sistema fin dove arriva lo sguardo del ministro, tutto il resto rimane sommerso dalla pattumiera. E poi tanto tra qualche mese sarà di nuovo tutto distrutto e quel ministro lo troveremo sul boulevard a fare il tassista per 500 franchi a corsa. Ah, il Congo è così, un giorno ministro, il giorno seguente straccione…”.

Baobab

12 ottobre 2015, Kinshasa
Quando siamo arrivati nei pressi di Boma pensavo di aver visto lungo la strada il primo baobab della mia vita. Ma mi sbagliavo. Un esemplare di questa bella specie, albero accogliente e gentile, anche se spesso spoglio e imponente, si trova proprio nel cortile del Palais de Justice, il mio primo cantiere congolese.
Al Palais de Justice di Kinshasa stanno terminando di dipingere il maestoso portico d’ingresso. Nel container che fa da baracca di cantiere fa quasi freddo da quanto hanno pompato l’aria condizionata e l’odore è sempre un misto di chiuso, sporcizia, umidità e fumo di sigaretta.
Qui sono entrata in contatto per la prima volta con l’ambiente di cantiere congolese. Come in altri contesti in questo paese ci sono aspetti che mi sono certamente alieni, a partire dal gran numero di persone con ruolo imprecisato che partecipano all’impresa: un ragazzetto incaricato di prendere misure per chi ne avesse bisogno, un ingegnere costantemente impegnato in complicati conteggi (rigorosamente a mano), personaggi vari seduti apparentemente inoperosi sulle improvvisate panche di legno davanti alla baracca. Ci metto un po’ a mettere in ordine i ruoli e a capire le relazioni.

Sono arrivata qui come consulente dell’architetto congolese incaricato della ristrutturazione del palazzo. Una rapida visita al cantiere, brevi indicazioni sui quesiti progettuali (trovare un sistema per il posizionamento delle unità esterne di condizionamento in modo da non riprodurre l’attuale selva di fili volanti e di gocciolii in facciata) e pronti via, gettata nella mischia. Inventati una soluzione, trovati i referenti, quantificala e falla approvare dal committente. Un po’ spiazzante per una piccola amanuense dell’architettura come me, che in genere non mette mano ad alcun progetto prima di aver rilevato anche l’ultimo chiodo e di avere chiare tutte le figure coinvolte nell’impresa. Dunque un’ottima scuola, tutto sommato, per imparare ad economizzare risorse e a commisurare l’impegno alle richieste!
Alla fine ne uscirà una proposta discreta, l’unica plausibile, mi pare, con le scarse risorse economiche e competenze a disposizione, frutto di numerosi sopralluoghi e altrettante numerose ipotesi, che lentamente mi iniziano alla labirintica vita del palazzo.

L’edificio, costruito in epoca coloniale, sembra pensato per un altro luogo e un altro tempo. Agli angoli dei corridoi e sui davanzali si accumula la pattumiera. Sull’ampia scalinata principale un omino spazza distrattamente cumuli di polvere che sembrano non avere intenzione di sloggiare. Sul retro del palazzo un cordolo sottile, a pochi metri dalla facciata, allude all’antica presenza di un’aiola fiorita. Nello stesso cortile, montagne di pattumiera e di veicoli abbandonati (automobili arrugginite, barche ammuffite, una piroga semi sfondata), che scopro essere esito di confische giudiziarie.

Eleganti uomini togati, vistose impiegate e commessi inoperosi si aggirano sicuri in un labirinto le cui parti eterogenee sembrano giustapposte senza logica né gerarchie apparenti. Quattro scrivanie sommerse di carta compaiono inaspettatamente dove chiunque abbia un po’ di confidenza con il linguaggio architettonico si aspetterebbe una batteria di servizi igienici. Una scala secondaria conduce ad un angolo di uffici separati da pareti mobili in alluminio e pannelli fonoassorbenti, un piccolo antro anni Settanta nel ventre di un grosso animale coloniale, nel quale non so assolutamente come orientarmi, al punto da dovermi far accompagnare per tornare da dove vengo. Una stretta scala a chiocciola metallica, relegata dietro una porticina grigia, porta all’archivio del tribunale, certamente il luogo più suggestivo che mi capita di visitare e anche quello che meglio riassume la discrepanza tra il lavoro che sto facendo e la realtà del luogo che ne è oggetto.
Migliaia di faldoni, accumulati, accatastati, abbandonati. Cammino letteralmente su un pavimento di documenti. In un angolo parzialmente sgombro una sola scrivania ed una sola impiegata (come sempre apparentemente in standby), che quasi mi aggredisce denunciando la condizione estrema a cui la costringe il suo ambiente di lavoro. Più delle sue rimostranze – in effetti difficili da biasimare – mi stupisce il loro contenuto: “non ho nemmeno le tende!”.
Fatico un po’ a collocare la mia posizione nell’edificio e ancor più a spiegare all’incalzante signora che non ho nessun potere decisionale riguardo alle strategie di investimento per la ristrutturazione del palazzo e che comunque, purtroppo, per la parte di edificio in cui si trova è prevista solo la sistemazione delle facciate.

Fuori dall’angusto labirinto mi attende il baobab. A suoi piedi il consueto pavimento di bottigliette schiacciate e sacchetti di plastica e un piccolo rubinetto, che fornisce l’acqua alla numerosa e varia popolazione che staziona nei pressi del palazzo. Mentre lo osservo affascinata un paio di passanti mi chiedono se lo taglieremo (noi lo taglieremo? Noi chi, per altro?). Quando rispondo che lo stavo semplicemente ammirando e che (non so noi, ma io) non mi sognerei mai di abbattere una pianta tanto bella e antica, se ne vanno muti con aria delusa. Zola, il nostro autista, è d’accordo con loro: un albero così grande occupa spazio e potrebbe cadere sulla testa dei passanti.
Come sono straniera… spazio alla pattumiera!

Polvere

5 ottobre 2015, Kinshasa
Scendendo dalla riserva di Luki verso la strada principale si attraversano alcuni villaggi realizzati assieme all’istituzione della riserva per le comunità che ne fanno parte. Piccole casette in pietra cadenti, circondate da un terreno pelato e polveroso, consumato fino a scoprirne le fondamenta. Non un filo d’erba, non una pianta. Solo polvere rossa in pendii scoscesi, capre in cerca di qualcosa da brucare e bambini entusiasti dei nostri musi bianchi: “mundele, mundele!”.
La nostra ospite del wwf, che accompagniamo fino alla stazione dell’autobus per Boma, ci racconta che un tempo quelle casette erano circondate da prati verdi e canali per lo scorrimento delle acque; poi le capre, il disboscamento…

Nella riserva di Luki non si abita in modo molto diverso che negli altri villaggi del Basso Congo che abbiamo attraversato. Cambiano la fattura delle case (in mattoni cotti o crudi, intonacate o no, con tetti di frasche o di lamiera), il colore del terreno, la disposizione delle abitazioni, ma ovunque sembra riprodursi un unico inevitabile modello.
Ovunque, verso l’imbrunire, incontriamo donne in cammino con una gerla affrancata in fronte colma di legna (donne, mai uomini… ma questo è un altro argomento); ovunque, allineati sul ciglio della strada, ogni villaggio offre ai viandanti i suoi sacchi di makala (carbone vegetale); ovunque pochi alberi, relegati ai margini del villaggio, come se non potessero partecipare di uno spazio antropizzato e non potessero avere alcuna utilità.
E dietro la patina polverosa della prima impressione l’ipotesi poco confortante di un popolo con una possibilità di investimento talmente ridotta da non poter immaginare altro che alzarsi la mattina, andare a far legna e trasformarla in carbonella per cucinare. Quasi più come opzione per occupare le giornate, sembra, che come reale espediente economico.

Sicuramente c’è molto altro. Sicuramente il disastroso disboscamento del paese ha molte altre ragioni, così come immagino abbia altre ragioni la predilezione congolese per l’assenza di vegetazione.
Ma io ora non sono in grado di vedere molto più in là, oltre la coltre opaca che ha accompagnato tutto il nostro viaggio. Polvere, e l’amarezza per un’apparente assenza di prospettiva che – figlia della mia terra – non riesco ad accettare.

Gli anti-re-Mida

1 ottobre 2015, riserva di Luki, nei pressi di Boma
Nella riserva di biosfera di Luki dormiamo in una casetta costruita nel 1945. Sembra di essere in un rifugio tra le nostre montagne. Niente acqua corrente – cosa che coi bambini ci mette un po’ in difficoltà – né elettricità, ma per il resto l’ambiente è piacevole (a parte il disgustoso odore del fornello a petrolio della cucina).
Certo, anche qui domina quella che Marco ha definito la sindrome congolese dell’anti-re-Mida: tutto quello che toccano si distrugge. Arriviamo col buio e non vediamo molto più del percorso verso la camera da letto, ma la mattina seguente mi rendo conto che il nostro alloggio fa parte di un gruppetto di case ben costruite, che un tempo dovevano essere comode e piacevoli dimore. Intravedo anche l’insegna di un piccolo centro di ricerca sulla flora locale, ora – ovviamente – dismesso. Scopro più tardi che il complesso è stato costruito in epoca coloniale assieme all’istituzione della riserva e gestito da allora dall’Inera (Institut National pour l’Etude et la Recherche Agronomiques). L’Inera, mi è parso di capire, conserva ancora parte della gestione del luogo, ma la casa che ci ospita è gestita invece dal WWF, che ha finanziato alcuni progetti di tutela della riserva.

Non credo ci vorrebbe molto a sistemare queste case secondo standard “europei”; per esempio con una cisterna per l’acqua piovana (l’impianto idraulico per altro in origine doveva essere ben funzionante a giudicare dalle tracce che ne rimangono), dei pannelli solari (che in seguito scopro esserci, pur mai messi in funzione), magari anche una semplice manutenzione architettonica e un piccolo orto, invece della progressiva perdita di ogni pezzo rotto e del giardino terroso che circonda le case.
Ma i congolesi non sembrano affatto interessati a queste cose. In questa come in altre occasioni sembra che cerchino di partecipare ad un modo di vivere alieno senza condividerne l’intima sostanza. Differenze estetiche e di valori.
Tempo fa ho avuto una sostenuta discussione con papa Dialog, il nostro giardiniere occasionale, sulla modalità di semina dell’orto: io sostenevo la semina in vaso e il successivo trapianto in piccoli filari, lui mi guardava sorridendo senza abbandonare la convinzione che l’orto si semini gettando le semenze un po’ a caso su tutta la sua superficie (senza ricoprire di terra) e aspettando di vedere cosa cresce. Forse – mi fa pensare papa Dialog – il modo di vivere di queste parti di mondo è molto più in sintonia con gli elementi naturali, o anche, ribaltando la questione, possiede una spinta ordinatrice e un bisogno di controllo decisamente inferiori alle nostre.
In ogni caso gli effetti di questo scontro culturale per ora mi sembrano devastanti: le piccole case coloniali di Luki cadono a pezzi e non arrivano ad essere né quello che vorrebbe il viaggiatore europeo, né quello che farebbe sentire un congolese a casa propria. Esattamente come nel mio orto ibrido di metodologie di semina al momento stenta a crescere anche il basilico.