INBTP. La cultura è pubblica?

I.N.B.T.P. Institut National de Batiment e Travaux Publiques, una sorta di scuola di ingegneria civile. La mia ricerca di un lavoro congolese in questi giorni mi ha portato qui. Intendo informarmi sull’organizzazione dei corsi e lasciare un mio dossier per eventuali collaborazioni all’insegnamento.
L’accoglienza non è delle migliori.

Oltre il pesante cancello presidiato dalla solita schiera di guardiani, il capo della polizia (così si presenta) Jean-Pierre mi scorta in un tour dell’università in attesa dell’arrivo degli impiegati dell’amministrazione.
Cominciamo con l’auditorium, che mi ricorda tanto le aule del “Trifoglio” del Politecnico milanese; Jean-Pierre vi si sofferma per mostrarmi con orgoglio la targa di ringraziamento al presidente Kabila, che ha finanziato la ristrutturazione del complesso.
Subito dietro un edificio ad L, che abbraccia un piccolo cortile erboso, ospita i locali dell’amministrazione e le aule. Tra gli uffici regna una certa aria di abbandono, come se le persone si fossero rintanate in pochi cantucci ai margini dell’edificio, lasciando ampi spazi inutilizzati e bui.
Sul fondo del cortile una nuova costruzione, non ancora inaugurata, su cui un sacco nero che penzola in mezzo alla facciata copre per metà la scritta “bibliothèque”.
Sulla destra, un po’ scostato dal resto del complesso, un altro edificio in linea di quattro o cinque piani. Dalle finestre in serie spuntano tende, coperte e vestiti in gran disordine, come se all’interno una massaia stesse ribaltando le stanze per le pulizie di primavera. Si tratta del convitto. Come prima cosa Jean-Pierre mi accompagna fino in cima a visitare la caffetteria, una piccola stanza, parzialmente tappezzata con una carta plastificata con immagini di cibo preparato probabilmente negli anni Ottanta, da cui si accede a una grande terrazza. In un angolo della terrazza un gruppo di donne prepara piatti congolesi sui tradizionali piccoli focolari a carbonella. Sembra di stare in uno dei tanti punti di ristoro informali che punteggiano le strade della città, trasportato quindici metri più in alto. Dalla terrazza si gode di una bella vista sui dintorni, l’università, i cantieri navali della Chanic verso il fiume, il grande parco della residenza presidenziale sul Mont Ngaliema, ora in stato di semi abbandono, dove un tempo si aggirava il leopardo di Mobuto.
Più in basso percorriamo uno dei lunghi e buissimi corridoi su cui si affacciano le stanze degli studenti. Passando sbircio tra le porte socchiuse e mi sento un po’ partecipe di quelle vite. Sono stanze da quattro, con due letti a castello stipati in pochi metri quadrati; in esse ciascuno dà forma al proprio modo di vivere, fuori da esse buio, sporcizia e puzza di piscio sono stati i compagni fedeli del mio tour.

Poco prima di raggiungere nuovamente il cancello d’ingresso vengo fermata da due agenti con aria ostile. Mi chiedono di qualificarmi, di registrare all’ingresso i miei documenti e “sgridano” il gentile Jean-Pierre che ha accompagnato una sconosciuta indesiderata tra i segreti dell’università.
Me ne torno a casa un po’ a disagio.

La mia prima visita all’I.N.B.T.P. ha fissato un segnalibro su tre questioni ricorrenti nei miei primi mesi congolesi.
La prima questione riguarda la rappresentazione del potere. A Kinshasa bisogna fare l’abitudine a convivere con persone armate (in genere armi automatiche piuttosto datate; mi sono chiesta spesso se siano funzionanti, ma sono certa sia meglio rimanere nel dubbio!). Autorevolezza e rispettabilità sono quasi sempre sinonimo di ostentazione di potere (spesso fisico e brutale) e di distanza. Ogni casa “decorosa” è presidiata da guardiani armati. Ogni relazione è mediata da un confine, piuttosto chiaramente rappresentato da barriere fisiche, abbigliamento, dotazioni e – non ultimo – colore della pelle, in un gioco delle parti in cui ciascuno sembra anzitutto preoccupato di difendere la propria posizione. O si è dentro o si è fuori, per l’ibridazione e la relazione estemporanea non sembra esserci spazio.
La seconda questione ha a che fare con la conclusione della storia, che ancora non ho raccontato. Nel pomeriggio sono tornata per incontrare finalmente la segretaria e chiedere le informazioni che desideravo. Sulla porta i guardiani mi hanno chiesto se ero amica di M. (l’architetto italiano con cui sto collaborando qui) e quando ho detto di sì si è aperta una porta ideale tra noi, come se avessero finalmente messo in ordine dei pezzi sparsi. L’appartenenza, il “clan” è un altro dei confini che qui mi sembrano particolarmente marcati. Per i cani sciolti non c’è posto, la persona, con la sua individualità e con quello che offre sul momento, in fondo non conta granché (questo aspetto, tra l’altro, è particolarmente marcato anche tra i ricchi espatriati, ma questo è un altro discorso).
La terza questione, che a ben vedere comprende le precedenti, riguarda il rapporto tra pubblico e privato che vige in questo paese, o, sarebbe forse meglio dire, l’apparente inconsistenza della cosa pubblica, a qualsiasi livello.

(segue)

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