Benvenuti a Kinshasa

Mi accompagna un senso di irrealtà, oltre che, da ieri sera, un persistente malessere, che mi deriva dalla malattia intestinale che mi hanno attaccato i bambini e dal ritorno delle mestruazioni, dopo la lunga pausa della maternità di Leo (il che significa, tra l’altro, che se dovessimo scappare un’altra volta dovrei anche gestire questo fastidio e ricordarmi gli assorbenti!).

in volo verso KinshasaSono le 16,20 del pomeriggio. In lontananza un allarme suona due volte, per il resto silenzio, a parte il solito ronzio dei condizionatori misti al cinguettio vario degli uccellini.

Ricapitolo. Siamo qui da dieci giorni esatti. Dieci giorni praticamente chiusi in casa a gestire un brutto virus intestinale dei bambini importato dai nostrani asili.
Dunque di Kinshasa, per il momento, posso raccontare solo del circolino più piccolo che abbiamo intorno a noi: l’enorme casa, ancora spoglia e disorganizzata, in un complesso residenziale di ville e villette in serie, tutte più o meno uguali, costruite in modo pretenzioso e approssimativo da “i libanesi” (una categoria che nell’Africa centrale meriterebbe un capitolo a parte, dal momento che ho l’impressione che rivesta un significato ben più ampio della semplice identificazione di provenienza di una popolazione); Rofils, l’uomo tutto fare, un simpatico pennellone congolese sulla trentina, che è stato la mia prima – e al momento unica – porta verso la conoscenza del posto in cui mi trovo; poco altro.
Questa mattina, mentre lottavo con i crampi alla pancia, siamo stati a vedere un potenziale asilo per i bambini. La direttrice ci ha spiegato che “data la situazione” le classi oggi erano più che dimezzate. Si riferiva alle manifestazioni organizzate dall’opposizione che ieri hanno attraversato la città per protestare contro il progetto governativo di modifica alla legge elettorale (in vista delle elezioni del prossimo anno).
Poi Marco ci ha riaccompagnato a casa ed è andato a lavorare.
Verso mezzogiorno ho conosciuto la vicina, Celine, che si è premurata di venire a tranquillizzarmi rispetto alla sicurezza delle nostre case, dicendomi di contare su di lei per qualsiasi bisogno. Celine è stata molto gentile a preoccuparsi di confortare l’ultima arrivata, anche se devo dire che il suo intervento ha sortito un effetto contrario al desiderato. Mi sono resa conto, con incredula rassegnazione, che “la situazione” meritava un po’ d’attenzione e ho scoperto su internet che le manifestazioni del giorno precedente avevano portato a quattro morti (secondo le fonti ufficiali, molti di più secondo fonti informali). Questo giusto un attimo prima che la connessione internet fosse sospesa in tutta la città e che Marco mi chiamasse per dire che sarebbe tornato a casa.

Ho un curioso deja vu, che non riguarda tanto una condizione di pericolo o di paura già vissuta altrove, quanto piuttosto l’ambigua sensazione di trovarsi al centro di una Storia che emerge dal piano quotidiano rimanendone al contempo impotenti spettatori, senza poter far altro che affrontare un minuto alla volta.
Benvenuta in Congo, Serena!

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