Tempo

L’editoriale del numero di agosto di “Internazionale” titola proprio così: semplicemente, “Tempo”.
Vi si riferisce della recente moda di alcuni scrittori di viaggiare nel tempo rivolgendosi ai se stessi degli anni passati. Tra gli altri, Cheryl Strayed, scrittrice statunitense, intima a una se stessa di vent’anni prima di ringraziare la madre per un cappotto regalato, frutto di mesi di risparmi. La madre sarebbe morta di lì a poco e quel grazie sarebbe rimasto in sospeso.

Quella sensazione bruciante di irrimediabile mancanza di cui parla Cheryl Strayed la conosco molto bene.
Oggi è il settantunesimo compleanno di mia madre, che da più di un anno è inchiodata a un letto, alimentata da una macchinetta, incapace di intendere cosa avviene attorno a lei e probabilmente – e per fortuna – anche dentro di lei.
A ridurla così è stata una malattia che ancor prima di immobilizzarla le ha impedito di rendersi conto di avere dei nipoti e di cullarli.
Ho pensato molte volte di scrivere della sua malattia e soprattutto di quello che quel male rappresenta visto da fuori; delle frasi di circostanza, dell’accanimento terapeutico dato per scontato, dell’incapacità di empatia, della malformazione di una società in cui chi non produce è inesorabilmente relegato alla stregua di un rifiuto, del lato ipocrita della pietà dei vivi.
Ma di tutto questo non sono mai riuscita a dire nulla più di un’annotazione amara.

Oggi l’unica riflessione che voglio condividere, tra quelle che accompagnano la mia malinconia, riguarda proprio il tempo.
E’ nell’ancestrale capacità di digerire il tempo, di vivere l’oggi, oltre l’abitudine che ci affanna nel misurarlo e dividerlo, che, nonostante tutto, ritroviamo un po’ di pace.
Non è vero che i giorni durano sempre 24 ore, le ore 60 minuti, i minuti 60 secondi. Nel cuore dell’Africa, per esempio, il tempo è quasi sempre quello che serve, che siano uno o dieci dei nostri misurabili giorni (e con tutti i fastidi e le contraddizioni che lo scontro di modi di vivere e di pensare differenti può comportare).
Forse da quella concezione malleabile del vivere dovremmo imparare qualcosa anche alle nostre latitudini.

In fondo, a guardarlo bene, come ci ricordano i trafalmadoriani di Kurt Vonnegut (“Mattatoio n. 5”), “tutto il tempo è tutto il tempo”. Così ogni cosa ritrova il suo posto, anche gli eventi dolorosi.
Quello che ci frega, come fa notare Billy Pilgrim – il protagonista del romanzo di Vonnegut –  è il libero arbitrio, che non ci permette di rassegnarci all’idea che siamo solo “insetti intrappolati nell’ambra”, e ci rende malinconici, in balia di inconsolabili rimpianti.

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