Le seconde cose

Qualche giorno fa, venerdì 17 gennaio, ho riconsegnato le chiavi della casa in cui ho vissuto gli ultimi 11 anni. Ho chiuso la porta per un’ultima volta con quattro mandate, ho controllato la casella della posta, tolto il lucchetto dal chiavistello della cantina e salutato la portiera chiedendole di tenermi da parte eventuale corrispondenza.

Sulla porta di casa ho incontrato la signora brasiliana della scala B, che mi ha salutato con la solita gentilezza; subito fuori la mamma dei due gemelli col cagnone bianco, che si è complimentata per la nascita del secondo genito; poco più in là la nonna del secondo piano coi capelli corti, che mi ha chiesto se davvero mi trasferivo e si è dispiaciuta per la notizia.
Il Gianca – il giornalaio – mi ha detto che avrei potuto portargli i 3 euro di “Internazionale” il giorno seguente e io non ho voluto dirgli che il giorno seguente non sarei più passata di lì (i 3 euro però glieli ho portati subito dopo!).
Le piccole tracce che ti legano ai luoghi non sono mai così evidenti come quando ti ci devi allontanare. In quella casa, in quelle strade, tra quelle persone, ogni dettaglio porta con sé un pezzo della mia storia da adulta.
Quando sono arrivata, era la metà di aprile del 2003, quelle due stanze vuote e luminose e quel balcone ampio mi erano sembrate inequivocabilmente “il mio posto”. Ricordo l’entusiasmo della mia prima visita al supermercato Pam di zona, a comprare scopa, paletta, straccio e secchio; e poi la scelta estemporanea del rosa per la cucina e le sere interminabili dopo il lavoro a dipingere le pareti. Tutto aveva il sapore brillante di un nuovo inizio.
Ora non è più così. Da poco meno di un mese mi sono trasferita in una casa nuova, un po’ più grande, in tutt’altro quartiere, e di quell’entusiasmo purtroppo non ho recuperato nemmeno una pallida traccia. Assieme alle migliaia di cose inutili accumulate negli anni, le seconde cose, le seconde case, sembrano portarsi addosso una patina di necessità e di già visto che non permette di viverle a pieno come una nuova avventura.

Nel frattempo, il primo gennaio, in pieno trasloco, è nato il mio secondo figlio e io quasi non ho avuto tempo per accorgermene.
Anche i secondi figli, per quanto possa sembrare brutto dirlo, sollevano spesso entusiasmi tiepidi. Già l’annuncio della gravidanza aveva visto reazioni più stupite che felici (“ah, un altro?”, “però, che fretta!”, ecc.). La pancia non è stata per nulla coccolata, né da me, né da chi mi è vicino; e ora il nuovo cucciolo cresce a vista d’occhio, circondato da attenzioni distratte. Niente a che vedere con le decine di fotografie quotidiane della sorella, le prudenze, i programmi, i regali, …
Mi manca lo stato di grazia che ha accompagnato quelle novità. Eppure, proprio il parallelo con un evento tanto speciale, mi fa pensare che si possa rintracciare la meraviglia di queste seconde cose proprio nel loro essere ordinarie. Questa potrebbe essere l’occasione giusta per provare a vedere lo straordinario di ogni giorno, anche quando il nuovo inizio non ha le tinte accese di un cambiamento evidente, anche quando fuori continua a piovere come ora; potrebbe essere il momento – finalmente! – per la soddisfatta tranquillità dell’essere “grandi”.

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