il Transatlantico

Via Ciceri Visconti 4, Milano
Ormai da più di un decennio abito qui, in un bel edificio anni ’30, purtroppo ultimamente un po’ maltrattato dalla padrona di casa.
Alcuni dicono che questa casa sia stata progettata da Arrigo Arrighetti, architetto milanese a lungo a capo dell’ufficio tecnico della città; a lui si devono molti edifici pubblici, per citarne alcuni tra i più noti: la biblioteca Sormani, la stazione dell’ATM in piazzale Biancamano (oggi bar alla moda), la piscina nel parco Solari.

TransatlanticoMi piace l’idea di abitare in una casa pensata da un professionista serio e modesto al servizio della città.
L’attribuzione, però, non è affatto certa. Quando anni fa ho firmato il contratto d’affitto nell’ufficio della padrona di casa, ho chiesto informazioni su una foto appesa al muro che ritraeva il cantiere della casa e la signora mi ha detto che aveva quella foto perché suo nonno, architetto Zolla, era stato il progettista dell’edificio: “La prima casa in cemento armato di Milano, del 1931”.

In ogni caso, chiunque sia il papà di questa casa, ha fatto un buon lavoro, con un’attenzione al progetto, alle sue differenti scale di dettaglio, che sembra distante anni luce dai comuni modi di procedere dei nostri giorni.
Purtroppo, come dicevo, la padrona di casa sta progressivamente smantellando quell’accurato lavoro, sostituendone gli elementi pezzo per pezzo, in nome del presunto maggior profitto che pensa possa derivare da un adeguamento di facciata alle preferenze più diffuse: porte blindate in laminato plastico al posto di quelle originarie in legno e ferro battuto; finto parquet e piastrelle anonime di terza scelta a sostituire i pavimenti in graniglia colorata; pesanti portoni vetrati e citofoni retroilluminati invece delle belle chiusure in tubolari di ferro; e via dicendo.
Ma ancor più della sostanza di questi cambiamenti così poco attenti mi offendono i modi e l’atteggiamento generale, che sembra considerare gli abitanti di questa casa (tutti affittuari della stessa società familiare) come parte integrante della proprietà (per esempio attraverso la spersonalizzazione della relazione e la totale assenza di dialogo – o per lo meno di aperta comunicazione – rispetto alle scelte relative alla casa).
Non so se e quanto la direzione in cui vanno i cambiamenti apportati a questa casa porterà effettivamente ad un incremento del loro valore di mercato; ma so per certo che l’assenza di socializzazione che li accompagna non potrà che peggiorare la qualità di vita nella casa, probabilmente in misura proporzionale allo smantellamento del suo progetto originario.

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