La paura

Bangui, domenica 24 marzo 2013
La paura ha l’alitosi. Mentre le bombe cadono nei pressi di casa i miei succhi gastrici cercano di gestire a modo loro le emozioni. È la seconda volta che il mio corpo ha una reazione di questo tipo, la prima è stata in occasione del parto (ma in quel caso c’era la complicità di un pezzo di focaccia con le cipolle improvvidamente ingurgitato giusto mezz’ora prima dell’inizio del travaglio!).
Anche Marco ha l’alito cattivo e gli chiedo se ha paura, ma dice di no.

La prima granata vicino a casa la sento cadere alle 7,40, mentre faccio la doccia. Da quella prima esplosione i colpi si fanno sempre più ravvicinati.
Marco mi raggiunge rapidamente con il biberon del mattino di Olivia, che ancora dorme, chiudendo dietro di sé le porte blindate di camera e corridoio. Disponiamo noi e il lettino nell’unica stretta fascia di stanza su cui non si affacciano finestre e aspettiamo, senza poter indirizzare l’attesa. Con noi i telefoni, con un segnale che va e viene, e la ricetrasmittente che mette in rete tutti i dipendenti della Delegazione europea.

La paura è totale incertezza, è sentirsi completamente in balia di eventi su cui non si ha alcun potere d’intervento. Noi, come tutti, per comprendere ed accettare i fatti – soprattutto fatti così lontani dal nostro immaginario – abbiamo bisogno di inserirli in un racconto; così ci immaginiamo che i combattimenti seguano un percorso da ovest a est, dal parlamento alla residenza del presidente. – Adesso smettono, stanno arrivando al palazzo presidenziale. – oppure – Li sentiamo così vicini perché qui davanti c’è la caserma, i militari della FACA (Forze armate centrafricane) si staranno difendendo.
Ma queste deboli spiegazioni non sempre bastano al mio corpo, che periodicamente cerca conforto accasciandosi sul pavimento fresco. Come altre volte m’è successo, nei momenti di estrema difficoltà, mi coglie una grande stanchezza che mi trascina verso il suolo; in quei momenti, chissà perché, solo un contatto esteso il più possibile vicino alla terra mi consola. Ora però cerco di reagire e di contrastare quell’abbandono, anche perché Olivia nel frattempo s’è svegliata, di ottimo umore, come sempre, e saluta ogni granata con un urletto divertito, che va zittito con tutta la calma che la situazione consente.

Intanto, rannicchiati nel nostro angolino, assistiamo via radio al saccheggio della casa di un collega di Marco. Chi ha poco da perdere approfitta degli scontri per fare incetta di ogni cosa possibile. Alcuni, sentiamo alla radio, si presentano (armati) come membri della fazione ribelle, altri semplicemente si intrufolano. In lontananza, come un fiume in piena, si sentono le urla continue delle persone che scappano.
– Sono al cancello, sono al cancello! Cosa facciamo?
– Lasciateli entrare, non opponetevi.
– Stanno forzando le inferriate…
– Sono stati anche qui, gli ho spiegato che questa è una casa di diplomatici e che il loro nuovo governo non ci farebbe una bella figura a patrocinare il saccheggio della casa di un inviato europeo. Provate, può funzionare.

Per quel collega di Marco non ha funzionato. Lui, la moglie e i due figli di sei e dieci anni sono stati quattro ore chiusi in una doccia, mentre a ondate decine di persone portavano via da casa loro ogni cosa.

Verso l’una i guardiani ci chiamano sottovoce da una finestra: la loro radio ha le batterie completamente scariche. Dopo qualche tentativo di ricarica con un gruppo di continuità, li diamo la nostra radio e rimaniamo isolati. Fuori c’è una bella giornata di sole; dalla finestra intravedo l’orto che ho seminato qualche giorno prima. La luce abbagliante sul verde del nostro giardino stride con gli eventi al punto da farli sembrare momentaneamente irreali.
Poco dopo finisco la carta igienica (un altro spiacevole effetto delle mie reazioni corporali!) e vado nel bagno della camera di Olivia a recuperarne. Dalla finestra, che dà sul cortile, vedo che i guardiani parlano con qualcuno allo spioncino del cancello. – È arrivato il nostro turno.
Quasi senza parlare ci prepariamo ad accogliere i saccheggiatori; ma i guardiani ci precedono chiamandoci un’altra volta sussurrando: – Sono venuti a prendervi i francesi.
Infilo Olivia nel marsupio e raccolgo i telefoni e le due valige pronte da giorni (nel frattempo un po’ smembrate, ma per ricomporle non c’è tempo, né concentrazione); un ultimo sguardo alla nostra camera: i vestiti sparsi, il letto sfatto, gli avanzi di yabanda sul pavimento…

Abbiamo avuto fortuna. In fondo alla nostra via c’è il comparto del liceo francese, una delle prime postazioni messe in sicurezza dai militari. A casa del direttore del liceo un vicino s’è ricordato che nella via abitano altri europei. In un piccolo corteo, scortato in cima e in fondo da due giganteschi militari francesi in assetto da guerra, percorriamo le poche centinaia di metri che ci separano dalla residenza del direttore.
A casa lasciamo Sylvestre, Jean Pierre e un nuovo guardiano di cui ancora non conosciamo il nome.
La paura, forse come unico effetto positivo, avvicina le differenze.

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