Sabato tropicale

Bangui, sabato 23 marzo 2013
La notte è passata tranquilla.
Questa mattina alle 8,00 ci ha chiamato un collega di Marco per avvisare che la cena di questa sera a casa sua era confermata: “La cuoca è già al lavoro. Sarà una bella cena per rilassarsi!”. Nel frattempo si susseguivano le notizie sull’avanzata della Seleka, composte con pezzetti di informazione raccolti tra una telefonata e l’altra. La riconquista da parte delle forze governative di due città; poi l’occupazione di una cittadina secondaria; e ancora l’avanzata verso la capitale lungo un’altra strada.
Le ultime notizie danno la Seleka al “peca 12”, già entro i confini di Bangui.
Sullo sfondo il ronzare interrotto degli elicotteri e qualche esplosione lontana, zittiti a tratti dal borbottio meccanico della tagliaerba del vicino.

* La corrente salta alle 13,25. Non è uno dei soliti tagli, anche la radio interrompe temporaneamente le trasmissioni. La Seleka è arrivata alla centrale di Boali, che alimenta tutta la città, e da lì prosegue l’avanzata verso la capitale.
Le ultime notizie ufficiali ci arrivano proprio da radio Ndeke Luka (che nel frattempo ha ripreso a trasmettere grazie a un generatore). Sono quasi tutte in sango, ce le traduce Oscar, il mio guardiano preferito: una portavoce della Seleka dice alla popolazione di stare tranquilla quando i ribelli arriveranno al centro della città. Nel frattempo – dicono – i giovani sostenitori di Bozizé stanno organizzando al “peca 0” una manifestazione di ringraziamento per il proprio leader, ma lui non ha potuto partecipare perché “molto occupato”!
Oscar si lamenta: dopo anni di sacrifici arrivano queste cose a spazzare via tutto. Il suo parere, come quello delle poche persone centrafricane con cui ho parlato in questi giorni, non ha nulla di politico, è la pragmatica rabbia di chi sa che da domani si dovrà rimboccare le maniche ancora un po’ più in alto.

Intanto, mentre i fatti incalzano senza quasi lasciarci il tempo per accorgercene, io penso ancora una volta alle notizie invisibili. Qui la situazione è decisamente più grave di quella dello scorso dicembre, eppure nessuno ne parla, per lo meno non fino a quando ho avuto accesso alla stampa internazionale. Sembra che per quest’anno questo buco sperduto di mondo si sia già giocato i suoi cinque minuti di ribalta. Che sprofondi pure nel silenzio mediatico.

Mentre faccio il bagnetto ad Olivia arrivano notizie di morte. Pare che i militari di Bozizé abbiano fermato violentemente l’avanzata della Seleka sul ponte del “peca 11”. Per noi questo potrebbe significare una notte relativamente tranquilla, da dormire in compagnia dell’immagine degli uomini stesi a terra e della loro paura.

Intanto l’attesa ha ceduto il passo ai fatti.
Olivia cena a lume di candela mentre Marco rimonta le orribili tende a fioroni rosa che ho meticolosamente fatto sparire nei mesi scorsi. Comincia così il nostro barricamento: le pesanti tende ben serrate, ogni luce spenta, il lettino di Olivia e le cose di prima necessità trasportate in camera nostra. Di acqua ne abbiamo in abbondanza, di cibo anche, e abbiamo calcolato che accendendo il generatore per due ore al giorno avremmo gasolio sufficiente per una settimana, ma cominciamo a renderci conto che probabilmente il generatore non lo potremo accendere comunque.
Da questo momento la nostra preoccupazione principale è l’invisibilità.

In una casa buia e sbarrata si consuma il nostro sabato sera tropicale. Un mozzicone di candela, una birra e le barzellette sporche da ragazzini che Marco mi racconta periodicamente da quando ci conosciamo e alle quali io rido sempre come se fosse la prima volta.

* La parte di storia che segue l’ho già scritta, lo stesso sabato in cui l’ho vissuta, ma non ho fatto in tempo a copiarla dal foglietto su cui l’ho appuntata. Da qui in poi provo a ricostruirla come la ricordo, cercando di non farmi condizionare dai fatti che l’hanno seguita.

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