Dal mio punto di vista #2 | In casa nostra

Viviamo in una grande casa con piscina, fornita dalla Delegazione della Commissione Europea per cui Marco lavora. Molte stanze combinate con un gusto un po’ pacchiano e austero. Su tutto incombono i legni rossicci dei mobili e dei soffitti a cassettoni; legni locali molto belli, soprattutto teak, usati però in modo massiccio e spesso superfluo (il pezzo migliore sono decisamente i “troni” – vedi foto -, in versione sedia o dondolo, disseminati un po’ per tutta la casa).

Le finiture e la fattura in generale sono quasi sempre approssimative, a volte prive di logica pratica: interruttori montati palesemente storti, prese elettriche dentro gli armadi a muro o su pareti quasi irraggiungibili, lavandini precari, rubinetti montati dove l’acqua non può scorrere, … Anche i materiali, legni a parte, sono quasi sempre di scarsa qualità (non pensavo che avrei trovato delle piastrelle più brutte di quelle che ha scelto la padrona di casa per il nostro bilocale milanese!). In generale l’accento è decisamente sulla quantità piuttosto che sulla qualità.

Questo ovviamente visto dai nostri occhi europei, perché per altri versi credo che già il fatto di avere delle piastrelle per terra sia un discreto lusso. Certo però non si può dire che io condivida il l’idea di lusso di chi ha pensato questa casa, tant’è che tra colonnine tornite e cassettoni la cosa che più mi piace è il pavimento della zona di servizio della piscina, realizzato mescolando gli scarti delle piastrelle dei bagni della casa (vedi immagine).
Tutti i mobili sono di proprietà della Commissione e sono provvisti di un codice d’inventario che ne descrive foggia e condizioni, il che rende un po’ complicato apportare modifiche sostanziali. Nonostante ciò, con una certa difficoltà nel reperimento dei materiali in un paese dove anche trovare una lampadina può diventare un problema, cerco di insinuarmi lentamente con martello e pennello in questo castello austero e precario per provare a farne una tana accogliente.

L’acqua in questo paese non manca. Noi abbiamo acqua corrente in diversi punti della casa e del giardino. È acqua di fiume, piena di terra rossa; buona per lavarsi (anche se lascia addosso, soprattutto sui capelli, una leggera patina polverosa) e potabile con qualche accorgimento: prima di berla noi la filtriamo in un contenitore provvisto di filtri di ceramica, che bloccano i residui di terra; poi ne controlliamo la carica batterica in una provetta con un apposito liquido rilevatore e aggiungiamo qualche granellino di cloro, finché la prova batterica non dà buoni risultati. Il sapore non è granché, ma ci si abitua facilmente, soprattutto pensando all’assurdità del trasporto delle bottiglie di acqua minerale, che arrivano in questo paese dopo viaggi lunghissimi e costosi, in termini economici e ambientali.
A volte si rimane senz’acqua per mancanza di pressione nell’acquedotto. In questi casi supplisce una cisterna posizionata nella parte più alta del giardino (in modo che l’acqua possa arrivare in casa per gravità) o, in casi estremi, una scorta di taniche e bidoni.

Decisamente più problematica dell’acqua è l’elettricità. La corrente elettrica è prodotta da una sola centrale idroelettrica (una realizzazione cinese, come lo stadio e come ho impressione siano tutti i pochi manufatti infrastrutturali di una certa grandezza). La distribuzione è poco e male organizzata; oltre tutto la quantità di energia prodotta evidentemente non è sufficiente a coprire i consumi della città, per cui l’elettricità è razionata secondo fasce orarie. Da noi generalmente la corrente salta verso le 16,30 e torna verso le 21,00. Per questi periodi di blackout disponiamo di un generatore (rumoroso e dispendioso), che cerchiamo di accendere il meno possibile.
La tensione di rete inoltre è soggetta ad enormi sbalzi, per cui è bene filtrare il collegamento di tutti gli apparecchi delicati attraverso unità di backup.
Infine ci sono gli imprevisti del caso, come i quattro giorni di totale assenza di elettricità durante i quali sto scrivendo, che si è scoperto poco fa sono dovuti all’esuberante vegetazione che ha avvinghiato i cavi elettrici sulla collina dietro casa.

Qui non si è mai soli. La casa è presidiata giorno e notte; cinque guardiani si danno il turno in una piccola casupola a lato del cancello d’ingresso. Dalla loro postazione controllano i movimenti della casa, filtrano gli ingressi e le uscite, accendono a richiesta il generatore quando salta la corrente. Ogni ora rispondono a un appello radio che monitora la situazione di tutte le abitazioni dei membri della delegazione.
Oltre ai guardiani, pubblico inevitabile delle nostre giornate, la casa è dotata di diversi accorgimenti di sicurezza, che mi fanno presumere periodi più turbolenti di quello attuale. Il muro di cinta della proprietà è interamente sormontato da 50 cm di filo spinato e la casa è dotata di numerose porte blindate, una per ciascuna camera da letto e due nel corridoio. Tutte le finestre, infine, sono chiuse da inferriate di metallo, oltre che dalle zanzariere (che proteggono da un altro tipo di pericolo).

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