Coltivare Milano, con stile

anno: 2012
luogo: Milano
committente: ricerca indipendente
attività: appunt

con_stile3“Con stile. Cambio vita a Milano” è il nome di una recente iniziativa promossa da Acli, Arci, Legambiente, Avanzi e Terre di mezzo e patrocinata dal Comune di Milano.
Si tratta di una campagna di promozione di stili di vita sostenibili in città. La proposta è semplice: ad individui, famiglie, gruppi, associazioni si chiede di dichiarare la propria adesione ad una o più azioni di risparmio energetico e consumo alternativo, facendosi in questo modo attori di una rete informale e occasionale che il progetto sostiene e promuove attraverso la realizzazione di incontri pubblici e momenti di formazione e dibattito.

Non si tratta certo della prima iniziativa a sottolineare l’importanza delle azione quotidiane individuali nella messa a punto delle politiche pubbliche; né è una novità l’idea di mettere in rete esperienze anche eterogenee e distanti in vista di un orizzonte comune. A ben vedere la partecipazione alla vita pubblica funziona proprio in questo modo: un coinvolgimento in prima persona nella definizione e gestione del comune.
I temi in questione, tra l’altro, si prestano particolarmente a questa impostazione; non a caso quando si parla di risparmio energetico o di consumo critico si chiamano in causa in primis i singoli stili di vita.

Proprio nella definizione di “stile”, però, mi pare si trovi un aspetto (che è forse anche una sostanziale novità) su cui riflettere. Quello stile, così ben sottolineato nel nome dell’iniziativa, non è solo il riferimento a un modus vivendi, quanto anche l’affermazione della distinzione e del buon gusto di quel comportamento, come a dire: chi fa così ha una certa classe, uno stile, appunto.

Questa consideraizone mi pare apra la strada ad almeno un paio di domande.
Anzitutto viene da chiedersi per quale motivo e soprattutto in che modo un argomento (o una serie di argomenti correlati) entri a far parte dell’agenda pubblica al punto da poter essere inquadrato (anche) come questione di stile. Come avviene che prassi individuali come bere acqua del rubinetto o coltivare in proprio qualche pianticella d’insalata arrivano ad assumere le forme di un femonemo diffuso? Ovvero, come succede che quelle stesse azioni di per sé neutrali acquisiscono ad un certo punto un carattere politico?
Il secondo interrogativo riguarda i protagonisti di queste iniziative e le considerazioni sulla qualità della democrazia urbana che ne derivano. L’impressione è che la diffusione esponenziale di questi modi di vivere riguardi quasi esclusivamente chi possiede già a priori gli strumenti culturali per poterne cogliere la portata. Quello che agli occhi di chi vi è coinvolto sembra assumere la forma di un piccolo fenomeno di massa, in realtà interessa quel numero piuttosto ristretto di persone che possiedono la capacità di rappresentare e comunicare le proprie scelte, decidendo in questo modo la direzione prevalente della rotta della città. E gli altri cosa ne pensano (se ne pensano qualcosa)? Quando e come acquisteranno la capacità e la possibilità di aggiungersi alla corrente principale (o di contestarla)?

Lascio queste domande in sospeso, proponendomi di tornarci con più calma e dedizione. Fin da subito però mi pare di poter dire che i due aspetti della questione siano decisamente correlati, con un legame che si trova nei modi in cui prende forma la cittadinanza e nei rapporti tra una sua definizione formale e la sua espressione pragmatica.

Questo tema l’ho affrontato in parte in una ricerca svolta per conto del Politecnico di Milano di cui rendo meglio conto qui.

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